Un Polpettone Leghista
Cinema e storia, uniti dalla stessa forza evocativa del racconto, sono i protagonisti di un affresco che diremmo sfumato, dai contorni talvolta non chiari.
“Ogni racconto”, dice oggi la critica più accurata, “è una forma di organizzazione retorica, con una soggettività incancellabile. E questo vale a maggior ragione nell’arte”.
Il cinema, quindi, non può esso stesso sfuggire alla tentazione di sovrapporre alla fedele narrazione storica un punto di vista particolare. Tutto poi si complica se si prende a soggetto un evento medievale. Spiega l’annalista e docente Raffaele Licinio: “Il Medioevo non è un’età della storia. E’ un prodotto culturale e, come tale, è soggetto a continue distorsioni prospettiche. Il cinema non rappresenta il Medioevo, ma solo immagini dello stesso”, favorendone, potremmo aggiungere noi, la reinvenzione a fini spesso di propaganda.
Ne è recentissimo esempio la figura immaginifica di Alberto da Giussano, principe senza pari dell’iconografia leghista e in realtà personaggio romanzato e idealizzante creato dalla penna di un frate domenicano del 1300, a più di un secolo di distanza dai fatti di cui sarebbe stato protagonista. A conferma indiretta, nell’occasione, sovviene lo stesso Giuseppe Verdi, non certo uno sprovveduto, il quale nell’opera lirica “La battaglia di Legnano” non mette il prode Alberto neppure tra le comparse che movimentano la scena…
L’interprete principale dell’iconografia bossiana, quindi, non fu affatto partecipe della storica battaglia di Legnano (realmente svoltasi il 29 maggio del 1176), al contrario di quanto epicamente racconta nel suo discusso e bizzarro “Barbarossa” il regista Renzo Martinelli. Ma addentriamoci per ordine in questa ennesima e quanto mai dispendiosa sceneggiata dell’epopea leghista.
Innanzitutto c’è da chiedersi chi sia Renzo Martinelli, il cineasta che ha scritto, diretto e prodotto questo kolossal padano, opera che, fra l’altro, ha avuto una ridicola première al Castello Sforzesco di Milano con tutto il Carroccio in grande spolvero, il Presidente del Consiglio al solito benedicente, nonché altri membri del governo parecchio imbarazzati da quanto si svolgeva sullo schermo. Orbene, il nostro Martinelli è un regista dalla filmografia comunque interessante, che tocca le lotte interne ai gruppi partigiani (”Porzus”), le colpe di politici e amministratori nel dissesto del territorio (”Vajont”), gli anni cupi del terrorismo con l’assassinio di Moro (”Piazza delle Cinque Lune”). Tuttavia la vera incognita è la seguente: come riesce l’autore a portare avanti produzioni simili, mal ripagate successivamente dagli incassi al box office? Come può un regista, pur lodevole per impegno, ma abbonato ai flop del botteghino, continuare a sfornare film con budget ultramilionari in un panorama asfittico come quello del nostro cinema (inizialmente per “Barbarossa” si è parlato addirittura di 30 milioni di euro…)?
Renzo Martinelli, sia chiaro, è grande amico dell’irascibile Senatur padano, se proviamo a ricordare che la sua ultima realizzazione è al centro di un’ambiziosa operazione politica orchestrata proprio da Bossi e dalla Lega, ecco dissolversi le nubi sulle risorse finanziarie a disposizione del regista lombardo…Questa svolta più militante, però, non giova al baldo Martinelli sul piano artistico, perché il risultato, come vedremo, è un polpettone indigesto ed enfatico appena riscattato dagli ormai consueti effetti speciali.
Affrontiamo, quindi, il film vero e proprio. Questo “Barbarossa” è innanzitutto un lungometraggio dal titolo civetta, per attirare un pubblico più vasto di quello strettamente legato alla parabola leghista: quanti italiani sarebbero accorsi, altrimenti, a deliziarsi dell’immaginifica vita dell’epico Alberto da Giussano?
Si tratta, come già accennato, di una pellicola fortemente voluta dalla Lega Nord, all’ossessiva ricerca di un passato da mitizzare, un “kolossal” prodotto al 40% dalla RAI (RAI Fiction e RAI Cinema) e al 10% dal Ministero dei Beni Culturali. Di questa produzione non si conoscono con esattezza i costi effettivi, considerato che fra voci di corridoio, dichiarazioni e smentite è quasi impossibile conoscere l’ammontare degli investimenti. Il budget iniziale, infatti, circa trenta milioni di euro, si sarebbe rivelato esagerato, tanto è vero che si è parlato poi di trenta milioni di dollari, ovvero venti milioni di euro. Più di recente lo stesso Renzo Martinelli, in un’intervista ad un periodico, ha calcolato i costi in dieci milioni di euro per la produzione, più due per la promozione, comunque cifre notevoli per le medie del nostro cinema, sempre che le si voglia prendere per buone.
Un consistente impegno finanziario, bisogna dire, nonostante il film sia stato girato interamente in Romania, con figuranti del luogo, fra cui gruppi di etnia rom, promossi sul campo a eroici “lumbard” senza macchia nè impronte digitali (un vero scherzo la  presenza gratutita di Umberto Bossi che si è voluto ritagliare una particina di comparsa fra centinaia di rom!).
“Forse è paradossale girare qui in Romania una storia del genere”, riconosce il regista di “Barbarossa” con sincerità, “ma in Italia i costi si sarebbero almeno triplicati”. Lo stesso cineasta assicura, a testimonianza della sua oculatezza di produttore, di essere “totalmente contrario al cinema assistito”, tanto biasimato di recente dal furioso ministro Brunetta. Viene da chiedersi allora: ma i cospicui sovvenzionamenti pubblici,  RAI e Ministero, così generosamente elargiti per intercessione dei numi tutelari leghisti, che fine hanno fatto? Certamente non si sono persi nelle tasche del “zingarume rumeno” sfruttato come manovalanza a 400 euro la settimana, cui fa esplicito cenno Martinelli con espressioni questa volta degne del suo iracondo sponsor Borghezio.
D’altra parte, le notizie sui costi effettivi di questa opera prima della cinematografia padana sono necessarie, per capire se il film è stato un disastro o solo una delusione. A differenza del budget, infatti, è certo che l’incasso di “Barbarossa”, durante il primo fine settimana di programmazione, si è aggirato intorno ai 450.000 euro. Facendo un po’ di conti, dividendo i 450.000 euro per le 284 sale in cui il film è stato distribuito (un  numero notevole per gli standard nazionali) risulta una media di 1584 euro a sala. A 7 euro al biglietto fa 226 spettatori per cinema, 64.000 spettatori in totale: davvero pochi per un kolossal storico di cui si è parlato fin troppo, anche per via, ovviamente, dei costi tuttora inaccessibili. Se si calcola, poi, che la vita in sala di un lungometraggio è in media di tre settimane, dopo di che, a meno di un miracolo, il pubblico si avvia su una china discendente, si può apertamente parlare di flop, ovvero di un’operazione politica debole e insensata.
Ma cerchiamo di soffermarci sulla qualità della pellicola, per chiederci se almeno sul piano artistico si giustifica il consistente impegno profuso, politicamente prima ed economicamente poi, seppur su fondamenta decisamente malferme quale si rivela l’iconografia leghista. Illuminante, a questo punto, il commento critico dell’Osservatore Romano, un organo di stampa certamente non sospettabile di simpatie sinistrorse e quindi di avversione per i verdi padani: “Se l’aspirazione era quella di avere finalmente un eroe di riferimento, in Italia molti simpatizzanti della Lega Nord resteranno delusi dal tanto atteso “Barbarossa”, del regista Renzo Martinelli, che nelle aspettative avrebbe dovuto fornire, sia pure solo cinematograficamente, un appiglio storico sul quale fondare le loro rivendicazioni. Il film, in uscita con ben 250 copie, ha la pretesa di essere epico e invece naufraga, affondato proprio dal suo volere palesemente ammiccare a quanti cercano una storia e un personaggio credibili in cui riconoscersi…E poco importa che il personaggio scelto come simbolo, Alberto da Giussano, non abbia sufficienti riscontri storici”. Come accennato, infatti, parliamo di un personaggio creato dalla penna di un frate domenicano del XIV secolo, il milanese Galvano Fiamma, in una cronaca storica del capoluogo lombardo scritta  per compiacere Galeazzo Visconti, signore di Milano, ricostruendo le vicende medievali del Comune insubre in toni eroici.
A parte le falsità storiche di un “compilatore negligente, credulo, privo di senso critico”, sbugiardate dagli esperti e su cui ci sarebbe da dilungarsi (esauriente l’articolo del noto  medievista dell’Università di Firenze Franco Cardini sul quotidiano “Il Tempo”), secondo altra voce critica: “Il film è un noioso polpettone in costume infarcito da una lunga serie di slogan tanto cari alla Lega di oggi. Concetti e parole d’ordine da sempre sbandierati dal Carroccio, che suonano fuori luogo. Assurdamente, infatti, nel corso della pellicola è riscontrabile il classico <Roma ladrona> buttato lì all’interno della frase <Barbarossa…un oppressore tiranno, ridotto a simbolo di Roma ladrona>, ovvero <Libertà contro l’invasore e le tasse> e tante altre piccole frasi di apologia sul popolo lombardo”.
“Al di là delle legittime convinzioni politiche di ognuno” continuano le recensioni, “stupisce che un regista del calibro e della capacità di Martinelli, autore di pellicole come “Vajont” e “Porzus”, abbia potuto realizzare un prodotto cinematografico così scadente, non al livello dei precedenti. Sceneggiatura sfilacciata, dialoghi eccessivamente enfatizzati, sequenze dei combattimenti poco credibili. Sembra una pellicola propagandistica, neppure riuscita tanto bene”.
C’è chi è andato giù in modo ancora più pesante, affermando che: “In 24 anni di cinema non avevo mai visto nulla di simile. Mai nessun <film> era arrivato così vicino al senso del ridicolo. Mai nessun film era arrivato così vicino ad infangare il senso stesso di <settima arte>. Fino all’arrivo di questo <Barbarossa>, autentico mix propagandistico e parodistico a metà tra Braveheart, Fantaghirò, Giovanna d’Arco e Robin Hood. Un eroe in calzamaglia…”.
D’altra parte, che altro ci si poteva aspettare da un cast di attori composto da “rimasugli” esteri? Raz Degan (Alberto da Giussano) ha un curriculum d’attore quasi inesistente, Rutger Hauer (l’imperatore Barbarossa) vive da vent’anni di piccole parti e ruoli in prodotti televisivi di bassa caratura, F. Murray Abraham (l’infido siniscalco Barozzi) lavora quasi esclusivamente in Italia da dieci anni e ha visto il suo momento di gloria a metà degli anni Ottanta. Piuttosto, secondo i critici, si tratta di un’occasione persa per la polacca Kasia Smutniak (nel film l’amata Eleonora), ritenuta dalla stampa brava, bella e meritevole certamente di migliori opportunità.
In definitiva, quella appena illustrata si rivela né più e né meno che la cronaca di un flop annunciato, a spese di tutti contribuenti, considerato l’oneroso esborso di Mamma RAI e del Ministero dei Beni culturali. Per amor di patria sorvoliamo, in ultimo, sull’estemporanea pretesa finale del precedente ministro Roberto Castelli, il quale, candidamente, ha chiesto spiegazioni sul fatto che al prossimo premio Oscar sia candidato “Baarìa” di Tornatore anziché l’autentico gioiellino medievale concepito dallo stato maggiore leghista…

Francesco Antonio Schiraldi
Ma che si insegna a scuola?
Riportiamo di seguito un interessante articolo pubblicato il 19 Ottobre scorso sulla Gazzetta del Mezzogiorno, “Meridione e briganti: ma che si insegna a scuola? di Marisa Ingrosso

Il Napoletano è come «un vaioloso nel letto», una «cancrena». Il Mezzogiorno è «affamato», «arretrato», «è Africa!». Il Nord è «sviluppato», «industrializzato» e «liberale ». Nord e Sud «due civiltà differenti». Infine, il brigantaggio: «bande composte da contadini insorti e autentici briganti» che «colpivano con incendi, furti e omicidi tutto ciò che rappresentava lo Stato italiano». Praticamente, terrorismo eversivo.
Eccoli, in breve i concetti che i giovani italiani imparano a scuola (la scuola pubblica!). Le frasi si trovano sui libri di testo di Storia usati, negli ultimi anni, in 3ª media e al 4° anno delle medie superiori. Senza alcuna pretesa di esaustività, la «Gazzetta», si è messa ad esamine questi testi, a campione. L’esito è preoccupante.

ALLE MEDIE - Prendiamo l’edizione 2004 del testo numero 3, edito da Atlas, e intitolato «Storia ed educazione alla cittadinanza - Da Napoleone ai nostri giorni». È un testo adottato alle scuole medie. A pagina 97 c’è il paragrafo «La questione meridionale e il problema del brigantaggio». Gli autori (Zaninelli, Bonelli e Riccabone) affermano subito che «il Mezzogiorno era entrato a far parte del nuovo Stato unitario in condizioni di svantaggio». Non spiegano di che «svantaggio» trattasi però lo lasciano capire: i braccianti non possedevano terre mentre «vasti possedimenti restavano incolti per il disinteresse del proprietario » (latifondisti pigri?). Correttamente enumerano i motivi di scontento delle popolazioni meridionali nei confronti dei Piemontesi: le tasse esose, il loro servizio di leva obbligatoria e le promesse mancate (la, mai attuata, riforma agraria). Questa «sfiducia nell’autorità», secondo gli autori «portò alla nascita di organizzazioni illegali e di bande di briganti». Per batterli, «lo Stato fu impegnato in una vera e propria guerra nella quale furono utilizzati oltre 160.000 soldati». In quella pagina c’è soltanto una immagine. È una stampa a colori. Una grossa didascalia che dice: «I briganti praticavano da sempre il sequestro di persone per ottenere riscatti in denaro». Il capitolo si chiude senza mai accennare al ruolo dei grandi alleati di quelle «organizzazioni illegali» e «bande di briganti», cioè i Borbone e la Chiesa.
Chi ha studiato su quel libro, quindi, può ben ignorare i motivi e gli ideali, che pure mossero migliaia di uomini e donne. Per quei ragazzini (che oggi hanno tra i 17 e i 18 anni) il brigante sarà qualcosa che sta a metà tra un morto di fame e un criminale.

Altri autori (Brusa, Guarracino, De Bernardi) altro libro di testo per la 3ª media («Il nuovo racconto delle grandi trasformazioni - Dall’Europa delle nazioni alla società globale»), altro editore (Edizioni scolastiche Bruno Mondadori). Questo libro veniva usato quattro anni fa. Ai briganti dedica mezzo paragrafo, che inizia così: «Dall’estate del 1861, e in maniera sempre più intensa, nei due anni successivi, nelle regioni meridionali (ma non in Sicilia) comparvero bande composte da contadini insorti e autentici briganti». Il brigantaggio non c’era in Sicilia dopo il 1861? Può darsi. Ma i Carabinieri la pensano diversamente. Loro, in Sicilia, hanno arrestato briganti almeno fino al 1874. Proprio sul sito ufficiale dell’Arma (www.car abinieri.it), c’è una pagina de «L’Illustrazione Universale » datata 15 novembre 1874, in cui si riporta dell’arresto, avvenuto l’11 ottobre di quello stesso anno, di «Anzalone Cataldo e Salvo Andrea, noti capi briganti». Ma continuiamo a leggere il libro di Storia. Le «bande» di «contadini e autentici briganti» in questo caso sono state «appoggiate» da «ufficiali del vecchio esercito borbonico », ma soltanto «in principio» e, comunque, la loro attività era questa: colpire «con incendi, furti e omicidi tutto ciò che rappresentava lo Stato italiano e chiunque si schierasse dalla parte delle autorità pubbl iche». In questo caso, secondo gli autori, per la repressione del brigantaggio «furono impiegati 120.000 uomini», e non 160.000. Ciò detto, bisogna segnalare una nota di merito: a corredo di questo testo di Storia c’è anche, allegato, un libro per gli esercizi (firmato da Bresil, Pedron, Pontalti, Tamburiello). Quì c’è un intero capitolo, denominato «Storie di briganti», che è ricco di informazioni, documenti e grandi e belle immagini di briganti e brigantesse. Le indicazioni su «come utilizzare l’iconog rafia sul brigantaggio» spiegano che ci sono un sacco di foto di quelle persone perché i briganti «si facevano fotografare o venivano fotografati loro malgrado, anche dopo la fucilazione».

AL LICEO - Cinque anni fa, nei licei c’era la 2ª edizione del volume 2 de «La storia - Dalla metà del Seicento alla fine dell’Ot - tocento» (Zanichelli editore). Porta la firma illustre di Aurelio Lepre. Il professore (ordinario di Storia contemporanea all’Uni - versità degli Studi di Napoli Federico II), ha scritto libri bellissimi sul Mezzogiorno e il suo equilibrio e la sua competenza si ritrovano in questo testo per le scuole anche quando tratta il fenomeno del brigantaggio. Ciò che lascia perplessi è il discorso Nord-Sud. Il capitolo «La costruzione dello Stato e della nazione» si apre con una sequela di insulti razzisti pronunciati da settentrionali o da meridionali che vivevano al Nord già da molto tempo. Il primo cui Lepre dà la parola è Massimo d’Azeglio. Il piemontese, che fu politico e letterato, è famoso per la sua: «Abbiamo fatto l’Italia, ora si tratta di fare gli italiani». Invece la frase che tocca in sorte ai liceali del 2005 è: «La fusione coi Napoletani mi fa paura. È come mettersi a letto con un vaiuoloso ».
Cui Lepre fa seguire l’esternazione del romagnolo Luigi Carlo Farini (luogotenente di Cavour nel Mezzogiorno) che dei meridionali dice: «Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Africa!».
Poi Lepre raccoglie il pensiero dello scrittore Giuseppe Bandi secondo cui i siciliani erano dei «beduini» e la loro lingua era «africanissima». E, infine, l’autore lascia passare il parallelismo tra il Napoletano e una «cancrena», sotenuta sia da Farini, sia dal siciliano Giuseppe La Farina.

Lepre non ha ritenuto utile mettere a «contrappeso» alcuna presa di posizione filo-meridionale. Anzi, spiega che a fondamento di giudizi così drastici i settentrionali avevano una «preoccupazione di carattere politico» e «c’era anche la convinzione che fino a quel momento non era esistita una sola civiltà italiana, ma due civiltà differenti per tradizioni, costumi e indole della popolazione». Sì, «indole», così scrive Lepre. E i meridionali «sudisti» dell’epoca cosa pensavano del Nord? E dell’«indole» dei Piemontesi? Chi ha studiato su quel testo, purtroppo, lo ignora. Quei ragazzini (e il pensiero va soprattutto ai meridionali) che hanno studiato e mandato a memoria quelle frasi oggi hanno tra i 21 e i 22 anni.

I PROFESSORI - Tutti i concetti fin qui riportati, se non mediati da docenti avveduti, equilibrati e molto ben preparati, possono convincere i giovani meridionali dell’esistenza di una storica inferiorità? Viceversa, possono alimentare un senso di storica superiorità nei piccoli settentrionali? La risposta sta a ciascuno. Ma magari, quest’anno, facciamo in modo di leggerlo il libro di testo di Storia dei nostri ragazzi.

Marisa Ingrosso
Un Napoletano Problematico
A pochi giorni dall’espluat dell’'euro-deputato della Lega Matteo Salvini, il quale si è fatto riprendere ubriaco mentre  cantava cori da stadio contro i napoletani, nella pacifica e civile Treviso, città simbolo d’integrazione sociale, una donna napoletana, madre di un ragazo di dodici anni, ha deciso di trasferire il figlio in un altro istituto di scuola media, poiché esasperata dagli atteggiamenti razzisti che il figlio  avrebbe subito continuamente dai propri compagni di scuola.
Proprio sulla scia dell’esempio del leghista Salvini, al ragazzo sarebbero stati rivolti più volte contro dei beceri cori anti-napoletani. Gli sarebbe stato detto di essere figlio di un camorrista e sarebbe stato emarginato durante le attività scolastiche e ricreative. Tra le violenze riferite dalla madre, anche l'abitudine di alcuni compagni del figlio di disinfettare le penne da lui toccate, “perché puzzava”. Inoltre, la signora avrebbe provato ad esporre dei reclami agli insegnanti della scuola trevigiana, ma si sarebbe sentita rispondere che il suo ragazzo è problematico.
Questo è il clima che si respira oggi nel “bel paese”, a partire delle aule scolastiche dove i bambini dovrebbero essere educati alla tolleranza e al rispetto reciproco e le insegnanti avrebbero il compito di diffondere tale etica. Sarebbe interessante sapere quale problematiche presentasse il ragazzo da meritarsi tanto, ma ad ogni modo nulla giustifica un’emarginazione rivestita da così palese razzismo.
Purtroppo è una politica che va avanti dal 1860, da quando Napoli e il Sud divennero oggetto di denigrazione strumentale a scopo politco-economico. Allora i contadini che difendevano la patria Duosiciliana vennero chiamati "Briganti" e lo Stato Napolitano, ricco e prospero, etichettato come "retrogrado". Basti pensare che anche il vocabolario della lingua italiana è “razzista”, controllate la parola “Borbonico”.
Le colpe non vanno attribuite solo ai politici settentrionali che alimentano questi beceri sentimenti, ma anche ad i nostri amministratori locali, i quali non riescono a rappresentare lo sdegno dei propri elettori, consentendo il proliferare di tanto razzismo.

Giovanni De Crescenzo
Essere scrittori a Napoli dopo Gomorra
Napoli è stata per secoli una capitale europea, alla pari di Londra e di Parigi, con il vantaggio di essere posta sul Mediterraneo, una posizione centrale favorevole per gli scambi non solo commerciali, ma anche culturali; a  differenza delle altre  grandi città non ha però avuto celebri scrittori della  statura di Balzac o Hugo o Dickens, che ne abbiano saputo raccontare la storia  e le storie. Pochi i nomi che potremmo citare, come Mastriani o la Serao, ma  parliamo sempre di narratori d’appendice che scrivevano in dialetto o si  interessavano di problematiche prive di un respiro universale.
Il motivo di questa carenza va ricercato, oltre che nel carattere  autoreferenziale che ha sempre caratterizzato la nostra cultura, nella  circostanza, comune a tutte le società povere e con molti analfabeti, di  utilizzare come principale forma espressiva il teatro e la musica popolare con le sue canzoni struggenti e malinconiche, vivaci ed appassionate. Il cuore palpitante di Napoli ha trovato degni interpreti in Viviani, attento  ai bisogni del sottoproletariato, che affollava i vicoli brulicanti di passioni e di umanità ed in Eduardo acuto osservatore della piccola borghesia con i suoi  pregi ed i suoi difetti.
Tra gli scrittori del secolo scorso in grado di portare le vicende  napoletane, per quanto squallide, all’attenzione di una platea internazionale, vi è il solo Curzio Malaparte, oggi in parte dimenticato, ma all’epoca in grado di incendiare il dibattito sulla città. Dopo il successo planetario di Gomorra la letteratura napoletana, già povera  di firme prestigiose, ha inseguito un solo tema: la camorra, con la segreta  speranza, fomentata dagli stessi editori, di sfruttare l’effetto Saviano. Abbiamo avuto un diluvio di pubblicazioni, tutte brutte copie dell’originale,  dal libro della giornalista Capacchione a quello del pluriscortato giudice Cantone, oltre ai testi di Simone Di Meo, che rivendica alla sua penna di  cronista interi brani di Gomorra. Il risultato è stato un aumento di prestigio dei clan, dotati ora di una celebrità gratuita legata a libri, ilm e spettacoli teatrali. Napoli ha un disperato bisogno di autori che sappiano raccontare una società   in trasformazione dopo essere stata immobile per secoli, al punto da far  pronunciare a Pasolini la celebre frase che “I Napoletani sono l’ultima tribù  che lotta contro la modernità”.
Nessuno ha saputo raccontare le immense periferie, che sono cresciute come  funghi e palpitano di mestieri e di piccoli commerci, di amori impossibili e di  sogni infranti, di dolore e di ansia di vivere; nessuno ha saputo raccogliere e  fare suo il grido di dolore che proviene dalla Napoli vera, che non compare mai ui giornali: quella dei disoccupati cronici, dei giovani senza futuro, dei pensionati alla fame, dei commercianti strangolati dal pizzo, dei lavoratori al  nero per 500 euro al mese, la folla degli onesti costretti in un angolo dalla  prepotenza dei vincitori; nessuno si interessa a far conoscere le antiche chiese cadere in rovina, gli abusi edilizi ubiquitari, l’esercizio spietato della prevaricazione dei burocrati come regola di vita. Nessuna voce, né indigena né aliena, ha saputo captare quel coacervo di suoni, odori, sapori, sensazioni che promana potente come un afrore inebriante dai tanti immigrati, di colore o meno, che a decine di migliaia hanno sostituito i napoletani nel centro storico.
Aspettiamo ancora quell’intellettuale il quale, invece di limitarsi a descrivere, sappia spiegarci il perché in tanti quartieri della città vi sia un odio verso le forze dell’ordine, verso lo Stato e verso la legge, visti come  carnefici, come persecutori, come custodi di norme incomprensibili. Come in così vasti settori della popolazione vi sia un’idea di aggregazione limitata a pochi isolati, a poche famiglie e non si riconoscano regole che non siano quelle dettate da secoli di ignoranza e di incuria pubblica e dove si  perpetuano usanze tribali, portando inesorabilmente verso il degrado, la povertà e la subordinazione alla malavita, che a sua volta considera la polizia  come un esercito straniero e le vittime degli scontri caduti in guerra.
Negli ultimi decenni la città si è dilatata in una periferia anonima, un  mondo grigio di palazzi tutti eguali, abitati da centinaia di migliaia di  persone che non si conosco più come nel vicolo, un popolo senza memoria storica  e senza un ragionevole progetto per il futuro, costretto a vivere, purtroppo, in un interminabile e soffocante presente. Un universo che somiglia a tante periferie del sud del mondo con le stesse  ansie e gli stessi problemi, ma che a Napoli non poteva non avere il suo lato  comico nello stridente contrasto tra il nome altisonante di alcune strade e lo  squallore che le circonda, indirizzi beffardi a Secondigliano per abitanti  costretti a vivere gomito a gomito con la criminalità organizzata. La più  grande piazza per lo spaccio della droga d’Europa che confina con Il posto  delle fragole o Il giardino dei ciliegi, mentre le vedette della camorra si  stagliano prepotenti in via La certosa di Parma o I racconti di Pietroburgo. A  Ponticelli, altro Bronx invivibile, si passeggia in strade desolate che  richiamano un lontanissimo mondo di favola da via Walt Disney a via Marilyn  Monroe o viale Fratelli Grimm. Come se i nostri incauti amministratori avessero  voluto affidare ad un’improbabile toponomastica il compito improbo di rendere uei luoghi inospitali, vivibili e civili.
Ed infine in questo disperato crepuscolo delle coscienze attendiamo un valido  cantore di una borghesia malata e collusa e dell’intreccio inestricabile tra mprenditori voraci e politici corrotti, mentre magistratura ed opinione  pubblica non si accorgono di nulla.

Achille della Ragione
Maggio Borbonico
Maggio Borbonico? Ebbene si possiamo definirlo veramente così, un vero Maggio Borbonico. A differenza di pochi italioti, i quali si apprestano a festeggiare un 2 Giugno ormai privo di significati, la vecchia guardia meridionale celebra due ricorrenze fondamentali per il nostro amato sud e per la riconquista della sua memoria storica.
A Napoli in ricordo del grande Re Ferdinando II delle Due Sicilie, si svolgono due giorni di orgoglio e di festa 22 e 23 Maggio. Ciliegina sulla torta è stata una larga partecipazione di pubblico alle celebrazioni per il 150° anniversario della morte del Sovrano. L’evento è stato organizzato dall’Editoriale Il Giglio e dal Movimento Neoborbonico ai quali vanno la nostra stima e simpatia per il lavoro svolto con ardore e passione.
Il giorno 30 a Bitonto si è celebrata la vittoria delle truppe di Carlo di Borbone contro gli austriaci. L’evento storico organizzato dal Comitato per la Festa della Vittoria di Carlo di Borbone, si è svolto a piedi dell’obelisco Carolino eretto sulla piazza antistante la Basilica dei SS.Medici.
L’Associazione Giovani per il Sud ringrazia di vero cuore il comitato organizzatore.



Giovanni De Crescenzo
Risarcimento Danni ai Savoia
Il Sud chiede il risarcimento danni a casa Savoia per i crimini di guerra commessi durante le guerra del 1860-61? Ebbene sì, sta accadendo proprio questo. Il Consiglio Comunale della città di Gaeta lo scorso 6 Dicembre, promotore dell’iniziativa l’Assessore comunale Antonio Ciano, persona che tutti noi conosciamo ed ammiriamo per il suo lungo lavoro di recupero delle verità storiche legate alla conquista del SUD da parte dei Savoia nel 1860/61, ha approvato la delibera per richiedere i danni di guerra subiti dalla città durante l’assedio del 1860-61.
Gaeta li ha chiesti alla famiglia Savoia e l’importo si aggira intorno ai 220 milioni di euro, corrispondenti a 2 milioni di lire dell’epoca.
Il primo cittadino di Gaeta Antonio Raimondi motiva così la richiesta: "La caduta di Gaeta, avvenuta il 13 febbraio 1861, è l’emblema della situazione del Sud Italia, quella data segna la nascita della Questione Meridionale che dura ancora oggi. Gaeta ha pagato un prezzo altissimo per essere stata la Fedelissima del Regno delle Due Sicilie. Nel novembre 1860 la città ha subito una guerra non dichiarata che ha causato grandissimi danni, come si può leggere nelle cronache dell’epoca e nei documenti ufficiali del decurionato. Non si tratta di nostalgie borboniche, ma di un atto di giustizia storica. I danni del 1861, quantificati all’epoca in 2 milioni di lire, corrispondono a circa 220 milioni di euro, chiediamo questa cifra per rendere giustizia alle tante vittime civili e militari, per dare seguito alle medesime richieste dei nostri amministratori indirizzate al Parlamento tra il 1861 e il 1914 e per dare a Gaeta quello sviluppo che non ha mai potuto avere a causa dell’indisponibilità dei suoi beni e del suo territorio".
Casa Savoia naturalmente, replicando in perfetto stile omonimo, giudica demenziale la richiesta dell’assessore, poiché l’assedio non fu di casa Savoia, ma dello Stato italiano.
Noi non sappiamo come la vicenda giudiziaria finirà e quando finirà, ma sta di fatto che il 6 Dicembre 2008 sarà ricordato come il giorno del cambiamento, poiché è avvenuta una svolta, Gaeta, che rappresentò l’estremo legittimo baluardo della difesa di uno Stato Autonomo ed Indipendente che ieri si chiamava Due Sicilie e oggi in qualità di appendice d’Italia “Sud”, “Mezzogiorno” o “Meridione”,  chiede ufficialmente giustizia per i torti subiti.
Speriamo che Antonio Ciano e il Sindaco Antonio Raimondi riescano nell’impresa di risarcimento. E se proprio non si vedranno denari poco importa, ma almeno che siano i giusti onori e riconoscimenti che facciano sentire ancora nei cuori dei meridionali sparsi nel mondo il sentimento di appartenenza ed il desiderio di lavorare insieme per il rinascimento delle Due Sicilie.
Gaeta resiste ancora!

Giovanni De Crescenzo
Jatevenne Day
Nonostante il Presidente del Consiglio da un po’ di mesi a questa parte non faccia altro che ripetere che l’Emergenza Rifiuti a Napoli è stata risolta, sabato scorso si è tenuto il “Jatevenne Day”, manifestazione organizzata dalla società civile di Chiaiano che si oppone all’apertura dell’ennesima discarica all’interno della stessa area geografica.
Scopo della manifestazione, oltre a quello già citato di opposizione all’apertura della nuova discarica, è quello di porre una mano alle istituzioni per cercare soluzioni alternative per un problema che non riguarda solo la provincia napoletana, ma che si è già allargato  a dismisura ben oltre i confini citati. Alla manifestazione hanno partecipato, oltre alla popolazione locale, anche il primo cittadino di Marano ed alcuni Onorevoli Parlamentari della Repubblica Italiana.
Per impedire questa libera manifestazione di protesta, che proprio non è piaciuta al Governo, è stata impegnata una vera Task Force di agenti di polizia che con diverse centinaia di agenti in tenuta anti sommossa, 63 mezzi tra autovetture, svariate camionette e perfino un elicottero hanno tenuto sotto controllo i manifestanti. La forza pubblica per sedare la ”sommossa popolare” ha operato prima due cariche di alleggerimento cui è seguita una vera e propria carica violenta che ha coinvolto nello scontro, in modo indiscriminato, anziani e bambini presenti al corteo.
Nonostante i tafferugli di piazza, nonostante sia stata impedita una libera manifestazione dei cittadini, nonostante siano stati calpestati i principi della Costituzione della Repubblica Italiana, nonostante la mano tesa dei cittadini sia stata colpita dal manganello dello stato, nonostante tutto ciò, i media nazionali non si sono soffermati su tale evento, segno inequivocabile che oggi come oggi, nel “bel paese”, l’informazione pubblica resta ancora qualcosa di astratto, qualcosa riservato soltanto a pochi.
Allora a questo punto noi dell’Associazione Giovani per il Sud ci chiediamo fino a che punto le popolazioni meridionali dovranno sopportare soprusi ed ingiustizie, fino a che punto il Sistema Italia dovrà continuare a drenare risorse dal Sud per impedirne il fisiologico sviluppo, fino a che punto sarà sostenibile questa situazione.
Riflettete cari signori del potere, poiché la pazienza non sarà mai eterna.
Alle popolazioni di Chiaiano va tutta la nostra solidarietà.

Giovanni De Crescenzo
Thank You Matteo
Sabato sera sono andata a vedere Gomorra. Ho voluto capire come il buon Garrone si è intrufolato tra la mia gente. Si perché quella lì è la mia gente. Nasco e cresco in una famiglia e in un quartiere del tutto normali. Non mi manca nulla: scuola, sport, amici, il motorino, le uscite, i concerti, l’amore per gli animali da poter coltivare, passeggiate con il sapore di mare in bocca. Ho gli occhi pieni di mare io. Sono solare, appassionata e mi sento molto amata. Domenica si va al parco, prima con papà in bici o coi pattini, più tardi con l’amica del cuore per parlare di sogni e di ragazzi. Il sabato sera c’è la discoteca, la più grande della città è a tre minuti da casa mia. Ci vado con Giuliana, con Alessandra, Fabiana e tutti gli altri. Giuliana abita nello stesso edificio del megalocale, al piano di sopra. Lei non esce dal bagno dopo il trucco, dice che si infila nella tazza, tira lo sciacquone e si ritrova al centro della pista. Lo racconta a tutti. All’uscita, verso l’una di notte torniamo tutte a casa a piedi. La città ci protegge, i marciapiedi ascoltano le nostre parole, le nostre risate. Non abbiamo paura. Con i miei andiamo a teatro, alle feste, in vacanza a Sorrento. Papà ha una pazienza infinita, mi accompagna ai concerti, alle feste fuori città, e si fida un sacco di me. Nonostante le crisi esistenziali, le tappe a volte dolorose della crescita, una malinconia che da sempre mi ha accompagnato, mi ritengo davvero fortunata. Fortunata soprattutto perché vivo in uno dei posti più affascinanti del mondo. Posso andare al mare quando voglio, posso ammirare le barche, dai finestroni della scuola vedo un panorama che mozza il fiato. Quanta storia posso respirare nel centro storico. E poi c’è Maradona, il calciatore più forte di tutti i tempi. E con papà e Ale ci vado allo stadio, ho anche l’abbonamento. Edoardo con Natale in casa Cupiello ogni anno ci costringe sul divano davanti alla tv. Che bella quella Napoli antica e malinconica.
E’ vero ogni tanto sento dire “Napoli è un disastro, qui ognuno fa quel che vuole”. Il mio istruttore di guida mi insegna come si sta al volante e le norme del codice della strada. Ma poi aggiunge che sono obbligata a rispettarle per un tempo pressochè limitato: “basta che passi l’esame, poi fai il cavolo che vuoi perché in questa città nessuno rispetta le regole”. E’ vero c’è traffico, ogni tanto incontri qualche brutta faccia, senti dire di qualche scippo. E bravi i maestri, quelli che devono insegnarti la differenza tra il bene e il male. Brunella è bella, alta e lentigginosa, ed è un animo sensibile. Noi due ci capiamo al volo. Per tanti noi siamo “le belle della classe”. Ma non ci facciamo caso, la bellezza che percepiamo reciprocamente non è visibile all’occhio altrui. Ci scambiamo i diari in classe, ci sentiamo vicine, eppure lei mantiene un certo distacco. Ha gli occhi che ogni tanto tradiscono una sorta d’inquietudine. Spesso mi dice questa frase“ tu sei del Vomero, non puoi capire”. Brunella è fidanzata con Fabio, anche lui frequenta la nostra scuola. Fabio è del suo quartiere, e per la verità non so quale sia, una volta le ho sentito dire “ vengo dal onehundredsixty-seven”. Boh. Insisto per studiare insieme a lei, e un giorno finalmente accetta. Dammi il tuo indirizzo che lo dico a papà: Via Roma verso Scampia. Isolato K, 14° piano. Papà mi accompagna senza fare commenti, e ancora oggi lo ringrazio per questo. L’incontro con l’altra faccia della città è sconvolgente: palazzi altissimi, strade deserte, gente in 3 o 4 sui motorini, tutto lercio, abbandonato. Un paesaggio deprimente. Non si vede un bar, un’edicola, le macchine sfrecciano alla velocità della luce. I pedoni, i pochi, si perdono in quegli spazi infiniti. C’è un’atmosfera surreale. Brunella mi fa affacciare dalla finestra della sua stanza: “ lo vedi quello lì? È Fabio.” Non capisco, è sotto un albero con un paio di tizi. Che fa? “ Fa qualcosa che non ti ho mai detto. Lui è un drogato. E ora sta spacciando.” Mi sento di morire, ho paura. Dove sono capitata? Voglio tornare a casa. Brunella mi tranquillizza, mi sorride e mi dice che non mi succederà nulla. Ma io non ci credo. Tua madre lo sa? No, ma lo odia. E tu? Io lo amo. Torno a casa con un senso d’angoscia mai provato prima. Si è aperta una strada verso la scoperta di un mondo che ignoravo integralmente. Brunella ha abortito due volte. Ci siamo diplomate e non l’ho più vista.
Sono passati 15 anni da quel pomeriggio. E da allora il senso d’appartenenza alla mia città è totale e totalizzante. Per me quello è stato semplicemente l’inizio.Non mi sento diversa da quelli che abitano “nell’altra faccia” della città. Le cose sono indubbiamente cambiate, peggiorate. Oggi non camminerei più da sola alle tre di notte. Ma è un fatto puramente razionale, perché l’istinto mi dice che questa e casa mia e non potrà mai accadermi nulla. L’anno scorso un tipo mi è entrato in macchina e mi ha costretto a percorrere lo stradone di Pozzuoli per oltre 3 chilometri. Mi puntava la mano in un fianco ma io con la coda nell’occhio avevo visto che non era armato. Mi prende soldi e cellulare. Mi dice di fermarmi, mi dice di stare zitta e di volare via non appena fosse uscito dall’auto. E così ho fatto.
C’è poco da fare, le cose che ci spaventano di più sono quelle che non conosciamo. In quell’occasione ho mantenuto una freddezza e una calma che se ancora oggi ci penso troppo corro dallo psicologo per farmi spiegare cos’ho di anormale. Tre quattro minuti infiniti. Minuti nei quali io pensavo sempre alla stessa cosa: perché questo ragazzo è arrivato a questo? Perché si ridotto così? Di chi è la colpa? Negli anni mi sono sempre chiesta di chi è la colpa e da un po’ di tempo la risposta è sempre la stessa. Sono cresciuta, forse ho capito. Io credo di conoscere le verità ed è per questo che ho la stessa tensione, la stessa rabbia, di chi è nato a Secondigliano, ai Quartieri, o nei vicoli di Forcella. Il mio destino forse è diverso, ma io sono come loro. Il libro della “mia gente” è uno solo e io ci sono dentro, fino al collo. Grazie Garrone per avermi aperto di nuovo la finestra della stanza di Brunella.

Indemoniata
La Questione Settentrionale
Uno degli argomenti sempre più spesso evocati nella cronaca politica, nei dibattiti radio televisivi, nei congressi dei partiti e degli industriali di questi ultimi tempi è la così detta “questione settentrionale”. Ma cos’è davvero la “questione settentrionale”? A partire degli anni Ottanta iniziò a manifestarsi in maniera sempre più evidente la mai sopita insofferenza del Nord produttivo, protagonista della trasformazione del Paese in una delle economie più sviluppate del mondo, verso l’inefficienza della macchina dello Stato e l’enorme spreco di risorse pubbliche inghiottite da mille rivoli burocratici. Su questa insofferenza la Lega Nord era destinata a costruire la propria fortuna, ponendosi come interprete delle istanze di un popolo di piccoli imprenditori stanchi di vedere sperperato il frutto del proprio lavoro senza ricevere nulla in cambio. In un sistema così impostato, il protrarsi della questione meridionale, con le conseguenti politiche (più o meno efficienti)  orientate alle esigenze di una determinata parte del Paese, vedeva specularmente il nascere di una non meno scottante questione settentrionale. Tali rivendicazioni, in realtà, nascevano in un momento particolarmente favorevole dell’economia italiana: il fenomeno Nord-Est, Milano “capitale morale” e metropoli europea, il modello emiliano... Per questo esse rimasero per diversi anni ai margini del dibattito pubblico, mentre l'affermazione della Lega non andava oltre pochi piccoli comuni lombardi e veneti.
Gli anni Novanta segnarono la svolta: l’inchiesta Mani Pulite, mettendo finalmente in luce le distorsioni del rapporto economia-politica in Italia, causò la crisi dei grandi partiti e delle grandi imprese. Il meccanismo di protezione e reciproca assistenza che muoveva il sistema Italia crollò su se stesso, travolgendo un intero schema di valori e la stessa immagine che il paese aveva di sé. Questo rivolgimento ebbe l’effetto di portare alla ribalta nuove forze politiche e sociali che fino ad allora erano rimaste ai margini: tra i partiti che più si avvantaggiarono di questa situazione ci fu la Lega Nord, che nel volgere di pochi anni si trasformò da movimento di protesta scarsamente considerato a reale forza di governo, prima, nel 1994, con la breve parentesi berlusconiana e successivamente nel 2001 con l’alleanza strategica con la Casa delle Libertà che ne segnò il definitivo arrivo alle varie stanze dei bottoni.
Parallelamente l’attenzione dell’opinione pubblica si concentrava verso una nuova ed eterogenea schiera di piccoli imprenditori che suggerivano l’idea dell’affermarsi di nuovi valori e modelli di fare impresa. Il successo delle piccole e medie imprese cresciute fuori dai circoli della grande finanza e impostesi sui mercati internazionali alimentava la speranza di un nuovo sistema economico finalmente non più "dopato" dalla contiguità con il sistema politico, a maggior ragione dopo che le privatizzazioni non avevano prodotto l'atteso risultato di aprire il mercato a nuovi competitori.
A questo punto la Questione Settentrionale era pronta per essere rispolverata, più nuova che mai, attraverso una accurata “campagna di sensibilizzazione”, sostenuta e caldeggiata da giornali e giornalisti (miracoli dei finanziamenti pubblici), mirata a farle acquisire una rilevanza propria: da tema di una parte politica minoritaria del paese a problema nazionale. Le ultime elezioni hanno messo in evidenza quanto questo tema sia fondamentale per definire le relazioni tra la politica e classi produttive: l’inadeguata rappresentanza che il centro sinistra ha ottenuto in Lombardia e in Veneto, le Regioni che oggi guidano l'economia nazionale, ne è la prova. Ciò che le imprese di queste due Regioni imputano alla politica nazionale è di non sostenerle adeguatamente. A ben guardare, ciò che esse chiedono non è innovazione,  ricerca, formazione,  la messa a punto di un sistema realmente competitivo; più semplicemente, chiedono di versare meno e ricevere di più o, meglio ancora, che le tasse rimangano nel territorio in cui vengono versate. La loro idea di competitività non si basa su un'effettiva modernizzazione del nostro sistema economico, con il superamento delle storture e degli squilibri che lo hanno fin qui caratterizzato, quanto piuttosto sulla conservazione delle posizioni conquistate, attraverso un nuovo patto tra potere economico e potere politico; magari pensando, con un pizzico di nostalgia, ai tempi della "Milano da bere".
Ciò su cui nessuno sembra interrogarsi è quali siano i reali rapporti tra un sistema tanto squilibrato (dopato) e lo sviluppo di una sola parte del Paese nel corso di tutto il Novecento, mentre l'altra veniva progressivamente ridotta a pesante rimorchio capace di produrre solo spesa pubblica e carne da cannone. Rimane da stabilire chi abbia davvero sostenuto i maggiori costi di un sistema così impostato, questione sulla quale a nostro avviso da troppo tempo permane un clamoroso equivoco: ed è precisamente su quest'equivoco che si fonda la Questione settentrionale.

Luigi Costantino
Marco Fortunato
Frammento di un Viaggio in Sicilia
La strada s’inerpica per nudi fianchi di montagne, attraversando vertiginosi viadotti che solcano rupi scoscese esposte a forti raffiche di venti africani che sgretolano le rocce fino a farle franare. Qui nulla è stato creato per durare anche se tutto sembra immoto. In realtà le cose cambiano. Basterebbe ritornare qui tra un anno per vedere qual’è la vera forza di questi spiriti tellurici che muovono la terra in un procedere silenzioso. La strada è la S189, collega Agrigento a Palermo che poi, al bivio per Catania, diventa S121. Consiglio a tutti questa strada perché è un percorso dell’anima.
L’africa da queste romite valli dista non più di quanto è capace un temporale di trasportarne la sabbia dei suoi deserti e non si userebbe un eufemismo a dire che sia più “vicina” che “lontana”. Qui si coltivano le uve Catarrato, Grillo, Damaschino, Perricone, uve che in queste aride e profonde gole trovano ancora, non si sa come, quel giusto sostegno di minerali, sali e acqua che, tutti insieme, confluiscono nella gustosa armonia del vino Marsala, prelibatezza di queste terre. Lungo questa strada si susseguono sfarzose le masserie, e rovine vetuste, allocate in posizioni alquanto originali come cime di monti o fiancate scoscese di colline disabitate, poggiano le loro fondamenta come se mura e torri fossero opere fortuite, sputate fuori dalle viscere della terra in seguito a qualche sconvolgimento tellurico. Opere di un disegno preciso o casualità naturale, la loro impronta, propria dell’ingegno umano, ostenta la capacità delle menti degli uomini di piegare ai propri voleri la natura.
E’ senza dubbio forte l’impressione che questi ruderi destano in noi passanti, che per definizione siamo solo di passaggio. Perché loro sono ancora qui. Finestre vuote, fori nelle mura, mattoni ruzzolati giù per la collina, stanno a rappresentare il tempo, o almeno quello che per noi si chiama storia. Queste rovine sono l’ennesima conferma della cura e dello spirito d’eternità che possedeva i nostri padri. Nonostante tutto, ancora ci lasciano inermi, bocca spalancata, mano sulla fronte a proteggere lo sguardo dal sole, per osservare il tutto con la più puntigliosa minuzia, in cerca di qualche elemento sopravvissuto al tempo in grado di regalarci l’illuminazione, di proiettarci oltre la curva del tempo lì, faccia a faccia con i nostri antenati.
Particolare interesse desta in me Misilmeri, un paesino a pochi chilometri da Palermo. Questo centro abitato si è evidentemente formato attorno alle vestigia di un non poco imponente castello, oggi completamente raso al suolo ad eccezione di un muro perimetrale, lungo il quale si possono ancora vedere i tracciati delle scale che dovevano portare ad uno dei piani superiori. Ebbene, di tutta questa intuibile struttura, oggi non sopravvive altro che un muro, ancora fiero e alto sopra una montagna di macerie. Ma quello che desta la mia riflessione non sono i ruderi, pur molto frequenti in tutto l’entroterra siciliano, ma il paese che ha fatto di queste antiche macerie il proprio centro storico. Misilmeri. Un agglomerato di palazzine nel peggior stile anni settanta, sicuramente opera dei più disgustosi ghiribizzi dei geometri comunali che in quanto a peggio, certo non si sono risparmiati nulla. Palazzi costruiti sulla sabbia, già fatiscenti di cui a malapena si può intuire il colore originario degli intonaci, cominciati e mai terminati, con i pilastri di cemento armato protesi verso il cielo e sormontati da ferraglia arrugginita che sembrano urlare essi stessi inorriditi contro un dio che gli ha dimenticati. Portoni metallici con vetri a specchio, marciapiedi inesistenti e dove ci fossero, stretti non più di venti centimetri. Misilmeri, una città-civiltà cresciuta attorno ai resti di una città-civiltà ancora più antica, le cui tracce sono andate del tutto perdute.
Ma come può un popolo, una città, degli uomini, crescere, svilupparsi, costruire attorno ai resti distrutti del proprio passato? Costruire attorno alle proprie radici penzolanti nel vuoto, nel nulla, nella dimenticanza, nell’oblio? Costruire attorno un ricordo andato in cancrena, attorno ciò che hanno dimenticato e che non riconoscono più, per volontà o per inerzia, o peggio ancora per induzione? Non si può. Perché questa gente custodisce dentro di se, dentro le proprie case, dentro la propria città, il marciume da cui si vorrebbe essere lontani. Questa gente è cresciuta intorno al nulla, al vuoto. Qualcosa di cui non ricordano più il perché e il per come. Questi sono i frutti amari, provenienti da una terra arida: il meridione. E il suo male si chiama oblio.
Le società del passato, in particolar modo la società meridionale, erano società agricole, segnate dai ritmi lenti del lavoro nei campi. Erano società rigidamente stratificate, immobili, tutte raccolte attorno alla piazza del paese, alla chiesa, alla fontana, al palazzo comunale. Erano società che da secoli si rigeneravano sempre uguali a se stesse, nelle quali i valori, i ruoli, tutto rimaneva stabilmente solido e ancorato alle tradizioni. Nei villaggi, nei paesi, nei quartieri di città tutti conoscevano tutto, tutti si indicavano per nome, tutti si riconoscevano nei luoghi e nei rapporti che instauravano con le altre persone e con quei luoghi, la vita era una vita di comunità e nessuno era mai solo, se non in casi eccezionali: il monaco, il vagabondo, l’eremita. 
Questo sistema di valori, questi rapporti ovviamente si incrinano nel momento in cui la civiltà contadina viene aggredita dall’emigrazione, che non è un male che cade dal cielo, scardinando famiglie, villaggi, stravolgendo città, svuotando campagne, intere regioni, disperdendo irrimediabilmente un patrimonio collettivo di saperi e tradizioni. L’emigrazione non cade dal cielo, no! Non è una punizione divina, una punizione sì ma non divina, semmai umana, dei governi. Nulla sembra poter resistere all’emigrazione. L’uomo, rapito al suo “ambiente umano e naturale” viene catapultato in una realtà nuova, frenetica, anonima, mai stabile, nella quale è un nome scritto sulla porta, nella quale e costretto a spostarsi per sopravvivere, nella quale è un numero al banco di lavoro nella catena di montaggio, identificato con la sua funzione nella produzione, nella quale vale non per quel che è, ma per quel che produce, ed oggi ancora per quel che consuma.
Se volgiamo lo sguardo attorno, non è difficile constatare che a noi meridionali corrisponde davvero la mancanza di un collegamento, di un rapporto con le nostre radici. L’emigrazione non è una scelta di vita, ma una condizione cui qualcuno ci ha condannato escludendoci dal contesto umano. E’ un “mal comune”. E’ il male vero di ogni civiltà.
Le grandi città in cui andiamo ci rendono liberi, ma a che prezzo? Il prezzo della solitudine, il prezzo della negazione della nostra lingua, dei nostri dialetti, il prezzo del rifiuto della nostra identità, della vergogna di essere meridionali, per paura di essere appellati con uno dei tanti modi che la gente, di destra e di sinistra, comunemente usa per identificarci. Le grandi, pulite, ordinate città del Nord ci danno tutto questo e noi a nostra volta, ci scaviamo attorno un vuoto, che isola da tutti e da noi stessi, dalle nostre bellissime e semplici tradizioni, sprofondandoci nella noia, nell’apatia, in una condizione alienata nella quale si è perduto il senso della nostra antichissima società, eredità di svariate civiltà. Perché noi siamo gente semplice, pura, ed è proprio per questo che la lontananza dalle nostra terre, la lontananza dei nostri vicoli, la lontananza dai nostri costumi, (che non sono né meglio né peggio di quelli di qualsiasi altra parte d'Italia), ci rende prigionieri e malinconici. Paghiamo un prezzo così alto perché siamo semplici e forse ingenui.
In fondo, lo so, tutto ciò è quanto hanno detto molti altri prima di me e non aggiunge null’altro. Ma certo è, che prima di ripartire bisogna rendersi conto di volerlo fare, coscienti di volerci arrivare. Bisogna rendersi conto di quali siano i problemi da affrontare e ce ne sono tanti, tantissimi, molti dei quali dormono dentro noi stessi, ed è per questo che spetta a noi giovani, in un certo senso sfacciati e incoscienti, cominciare a ricostruire una trama, cominciare a ricucire la nostra società dilaniata. Tocca a noi fare tutto questo forse perché non ci rendiamo conto della grandezza dei problemi che ci circondano, ed è un bene. Questa è forse la condizione ideale per intraprendere un lungo “viaggio”. L’incoscienza, la freschezza, necessaria per non farsi schiacciare dal male che ci circonda e che teniamo dentro.
 
Marco Fortunato
Giovani senza Ideali
Ultimamente registriamo sempre nuovi casi di violenze svolte da persone di giovane età o addirittura minorenni, ancora più sconvolgente è la frequenza in successione dei nuovi casi di cronaca che si sono susseguiti negli ultimi periodi. Giovane sedicenne uccide per gelosia due coetanei, ragazzo down aggredito e picchiato dai suoi compagni di classe, giovane modella muore per anoressia, senza contare gli innumerevoli casi di gioventù delinquenziale che ormai non termina più sui rotocalchi nazionali. Una futura classe dirigente in preda alla violenza? Niente affatto! Tale fenomeno che qualcuno può giudicare criminale, in realtà è un problema sociale in quanto esso è figlio della società odierna che semina falsi miti e modelli impropri.
Una società basata su canoni televisivi che non rispecchiano la realtà in cui si vive, dove l’avere è più importante dell’essere. Attraverso lo stereotipo velina, magra e sexi e calciatore bello e ricco, ogni giorno giovani ragazzi perdono di vista ideali come famiglia, amicizia, dignità personale e rispetto per adottare quelli di una società basata sulla bellezza fisica, sulla ricchezza economica o sulle furbate di qualche neo divo improvvisato. Se la società civile di oggi permette tutto questo, allora non si lamenti se questi miti di cartapesta si rivoltano nell'inconscio personale dei giovani, facendo fuoriuscire tutto il marcio che gli è stato consegnato.
Raccoglieremo domani ciò che seminiamo oggi.

Giovanni De Crescenzo
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