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| Un Polpettone Leghista |
Cinema
e storia, uniti dalla stessa forza evocativa del racconto, sono i
protagonisti di un affresco che diremmo sfumato, dai contorni talvolta
non chiari. “Ogni racconto”, dice oggi la critica più accurata, “è
una forma di organizzazione retorica, con una soggettività
incancellabile. E questo vale a maggior ragione nell’arte”. Il
cinema, quindi, non può esso stesso sfuggire alla tentazione di
sovrapporre alla fedele narrazione storica un punto di vista
particolare. Tutto poi si complica se si prende a soggetto un evento
medievale. Spiega l’annalista e docente Raffaele Licinio: “Il Medioevo
non è un’età della storia. E’ un prodotto culturale e, come tale, è
soggetto a continue distorsioni prospettiche. Il cinema non rappresenta
il Medioevo, ma solo immagini dello stesso”, favorendone, potremmo
aggiungere noi, la reinvenzione a fini spesso di propaganda. Ne è
recentissimo esempio la figura immaginifica di Alberto da Giussano,
principe senza pari dell’iconografia leghista e in realtà personaggio
romanzato e idealizzante creato dalla penna di un frate domenicano del
1300, a più di un secolo di distanza dai fatti di cui sarebbe stato
protagonista. A conferma indiretta, nell’occasione, sovviene lo stesso
Giuseppe Verdi, non certo uno sprovveduto, il quale nell’opera lirica
“La battaglia di Legnano” non mette il prode Alberto neppure tra le
comparse che movimentano la scena… L’interprete principale
dell’iconografia bossiana, quindi, non fu affatto partecipe della
storica battaglia di Legnano (realmente svoltasi il 29 maggio del
1176), al contrario di quanto epicamente racconta nel suo discusso e
bizzarro “Barbarossa” il regista Renzo Martinelli. Ma addentriamoci per
ordine in questa ennesima e quanto mai dispendiosa sceneggiata
dell’epopea leghista. Innanzitutto c’è da chiedersi chi sia Renzo
Martinelli, il cineasta che ha scritto, diretto e prodotto questo
kolossal padano, opera che, fra l’altro, ha avuto una ridicola première
al Castello Sforzesco di Milano con tutto il Carroccio in grande
spolvero, il Presidente del Consiglio al solito benedicente, nonché
altri membri del governo parecchio imbarazzati da quanto si svolgeva
sullo schermo. Orbene, il nostro Martinelli è un regista dalla
filmografia comunque interessante, che tocca le lotte interne ai gruppi
partigiani (”Porzus”), le colpe di politici e amministratori nel
dissesto del territorio (”Vajont”), gli anni cupi del terrorismo con
l’assassinio di Moro (”Piazza delle Cinque Lune”). Tuttavia la vera
incognita è la seguente: come riesce l’autore a portare avanti
produzioni simili, mal ripagate successivamente dagli incassi al box
office? Come può un regista, pur lodevole per impegno, ma abbonato ai
flop del botteghino, continuare a sfornare film con budget
ultramilionari in un panorama asfittico come quello del nostro cinema
(inizialmente per “Barbarossa” si è parlato addirittura di 30 milioni
di euro…)? Renzo Martinelli, sia chiaro, è grande amico
dell’irascibile Senatur padano, se proviamo a ricordare che la sua
ultima realizzazione è al centro di un’ambiziosa operazione politica
orchestrata proprio da Bossi e dalla Lega, ecco dissolversi le nubi
sulle risorse finanziarie a disposizione del regista lombardo…Questa
svolta più militante, però, non giova al baldo Martinelli sul piano
artistico, perché il risultato, come vedremo, è un polpettone indigesto
ed enfatico appena riscattato dagli ormai consueti effetti speciali. Affrontiamo,
quindi, il film vero e proprio. Questo “Barbarossa” è innanzitutto un
lungometraggio dal titolo civetta, per attirare un pubblico più vasto
di quello strettamente legato alla parabola leghista: quanti italiani
sarebbero accorsi, altrimenti, a deliziarsi dell’immaginifica vita
dell’epico Alberto da Giussano? Si tratta, come già accennato, di
una pellicola fortemente voluta dalla Lega Nord, all’ossessiva ricerca
di un passato da mitizzare, un “kolossal” prodotto al 40% dalla RAI
(RAI Fiction e RAI Cinema) e al 10% dal Ministero dei Beni Culturali.
Di questa produzione non si conoscono con esattezza i costi effettivi,
considerato che fra voci di corridoio, dichiarazioni e smentite è quasi
impossibile conoscere l’ammontare degli investimenti. Il budget
iniziale, infatti, circa trenta milioni di euro, si sarebbe rivelato
esagerato, tanto è vero che si è parlato poi di trenta milioni di
dollari, ovvero venti milioni di euro. Più di recente lo stesso Renzo
Martinelli, in un’intervista ad un periodico, ha calcolato i costi in
dieci milioni di euro per la produzione, più due per la promozione,
comunque cifre notevoli per le medie del nostro cinema, sempre che le
si voglia prendere per buone. Un consistente impegno finanziario,
bisogna dire, nonostante il film sia stato girato interamente in
Romania, con figuranti del luogo, fra cui gruppi di etnia rom, promossi
sul campo a eroici “lumbard” senza macchia nè impronte digitali (un
vero scherzo la presenza gratutita di Umberto Bossi che si è
voluto ritagliare una particina di comparsa fra centinaia di rom!). “Forse
è paradossale girare qui in Romania una storia del genere”, riconosce
il regista di “Barbarossa” con sincerità, “ma in Italia i costi si
sarebbero almeno triplicati”. Lo stesso cineasta assicura, a
testimonianza della sua oculatezza di produttore, di essere “totalmente
contrario al cinema assistito”, tanto biasimato di recente dal furioso
ministro Brunetta. Viene da chiedersi allora: ma i cospicui
sovvenzionamenti pubblici, RAI e Ministero, così generosamente
elargiti per intercessione dei numi tutelari leghisti, che fine hanno
fatto? Certamente non si sono persi nelle tasche del “zingarume rumeno”
sfruttato come manovalanza a 400 euro la settimana, cui fa esplicito
cenno Martinelli con espressioni questa volta degne del suo iracondo
sponsor Borghezio. D’altra parte, le notizie sui costi effettivi di
questa opera prima della cinematografia padana sono necessarie, per
capire se il film è stato un disastro o solo una delusione. A
differenza del budget, infatti, è certo che l’incasso di “Barbarossa”,
durante il primo fine settimana di programmazione, si è aggirato
intorno ai 450.000 euro. Facendo un po’ di conti, dividendo i 450.000
euro per le 284 sale in cui il film è stato distribuito (un
numero notevole per gli standard nazionali) risulta una media di 1584
euro a sala. A 7 euro al biglietto fa 226 spettatori per cinema, 64.000
spettatori in totale: davvero pochi per un kolossal storico di cui si è
parlato fin troppo, anche per via, ovviamente, dei costi tuttora
inaccessibili. Se si calcola, poi, che la vita in sala di un
lungometraggio è in media di tre settimane, dopo di che, a meno di un
miracolo, il pubblico si avvia su una china discendente, si può
apertamente parlare di flop, ovvero di un’operazione politica debole e
insensata. Ma cerchiamo di soffermarci sulla qualità della
pellicola, per chiederci se almeno sul piano artistico si giustifica il
consistente impegno profuso, politicamente prima ed economicamente poi,
seppur su fondamenta decisamente malferme quale si rivela l’iconografia
leghista. Illuminante, a questo punto, il commento critico
dell’Osservatore Romano, un organo di stampa certamente non
sospettabile di simpatie sinistrorse e quindi di avversione per i verdi
padani: “Se l’aspirazione era quella di avere finalmente un eroe di
riferimento, in Italia molti simpatizzanti della Lega Nord resteranno
delusi dal tanto atteso “Barbarossa”, del regista Renzo Martinelli, che
nelle aspettative avrebbe dovuto fornire, sia pure solo
cinematograficamente, un appiglio storico sul quale fondare le loro
rivendicazioni. Il film, in uscita con ben 250 copie, ha la pretesa di
essere epico e invece naufraga, affondato proprio dal suo volere
palesemente ammiccare a quanti cercano una storia e un personaggio
credibili in cui riconoscersi…E poco importa che il personaggio scelto
come simbolo, Alberto da Giussano, non abbia sufficienti riscontri
storici”. Come accennato, infatti, parliamo di un personaggio creato
dalla penna di un frate domenicano del XIV secolo, il milanese Galvano
Fiamma, in una cronaca storica del capoluogo lombardo scritta per
compiacere Galeazzo Visconti, signore di Milano, ricostruendo le
vicende medievali del Comune insubre in toni eroici. A parte le
falsità storiche di un “compilatore negligente, credulo, privo di senso
critico”, sbugiardate dagli esperti e su cui ci sarebbe da dilungarsi
(esauriente l’articolo del noto medievista dell’Università di
Firenze Franco Cardini sul quotidiano “Il Tempo”), secondo altra voce
critica: “Il film è un noioso polpettone in costume infarcito da una
lunga serie di slogan tanto cari alla Lega di oggi. Concetti e parole
d’ordine da sempre sbandierati dal Carroccio, che suonano fuori luogo.
Assurdamente, infatti, nel corso della pellicola è riscontrabile il
classico <Roma ladrona> buttato lì all’interno della frase
<Barbarossa…un oppressore tiranno, ridotto a simbolo di Roma
ladrona>, ovvero <Libertà contro l’invasore e le tasse> e
tante altre piccole frasi di apologia sul popolo lombardo”. “Al di
là delle legittime convinzioni politiche di ognuno” continuano le
recensioni, “stupisce che un regista del calibro e della capacità di
Martinelli, autore di pellicole come “Vajont” e “Porzus”, abbia potuto
realizzare un prodotto cinematografico così scadente, non al livello
dei precedenti. Sceneggiatura sfilacciata, dialoghi eccessivamente
enfatizzati, sequenze dei combattimenti poco credibili. Sembra una
pellicola propagandistica, neppure riuscita tanto bene”. C’è chi è
andato giù in modo ancora più pesante, affermando che: “In 24 anni di
cinema non avevo mai visto nulla di simile. Mai nessun <film> era
arrivato così vicino al senso del ridicolo. Mai nessun film era
arrivato così vicino ad infangare il senso stesso di <settima
arte>. Fino all’arrivo di questo <Barbarossa>, autentico mix
propagandistico e parodistico a metà tra Braveheart, Fantaghirò,
Giovanna d’Arco e Robin Hood. Un eroe in calzamaglia…”. D’altra
parte, che altro ci si poteva aspettare da un cast di attori composto
da “rimasugli” esteri? Raz Degan (Alberto da Giussano) ha un curriculum
d’attore quasi inesistente, Rutger Hauer (l’imperatore Barbarossa) vive
da vent’anni di piccole parti e ruoli in prodotti televisivi di bassa
caratura, F. Murray Abraham (l’infido siniscalco Barozzi) lavora quasi
esclusivamente in Italia da dieci anni e ha visto il suo momento di
gloria a metà degli anni Ottanta. Piuttosto, secondo i critici, si
tratta di un’occasione persa per la polacca Kasia Smutniak (nel film
l’amata Eleonora), ritenuta dalla stampa brava, bella e meritevole
certamente di migliori opportunità. In definitiva, quella appena
illustrata si rivela né più e né meno che la cronaca di un flop
annunciato, a spese di tutti contribuenti, considerato l’oneroso
esborso di Mamma RAI e del Ministero dei Beni culturali. Per amor di
patria sorvoliamo, in ultimo, sull’estemporanea pretesa finale del
precedente ministro Roberto Castelli, il quale, candidamente, ha
chiesto spiegazioni sul fatto che al prossimo premio Oscar sia
candidato “Baarìa” di Tornatore anziché l’autentico gioiellino
medievale concepito dallo stato maggiore leghista…
Francesco Antonio Schiraldi |
| Ma che si insegna a scuola? |
Riportiamo
di seguito un interessante articolo pubblicato il 19 Ottobre scorso
sulla Gazzetta del Mezzogiorno, “Meridione e briganti: ma che si
insegna a scuola? di Marisa Ingrosso
Il Napoletano è come «un
vaioloso nel letto», una «cancrena». Il Mezzogiorno è «affamato»,
«arretrato», «è Africa!». Il Nord è «sviluppato», «industrializzato» e
«liberale ». Nord e Sud «due civiltà differenti». Infine, il
brigantaggio: «bande composte da contadini insorti e autentici
briganti» che «colpivano con incendi, furti e omicidi tutto ciò che
rappresentava lo Stato italiano». Praticamente, terrorismo eversivo. Eccoli,
in breve i concetti che i giovani italiani imparano a scuola (la scuola
pubblica!). Le frasi si trovano sui libri di testo di Storia usati,
negli ultimi anni, in 3ª media e al 4° anno delle medie superiori.
Senza alcuna pretesa di esaustività, la «Gazzetta», si è messa ad
esamine questi testi, a campione. L’esito è preoccupante.
ALLE
MEDIE - Prendiamo l’edizione 2004 del testo numero 3, edito da Atlas, e
intitolato «Storia ed educazione alla cittadinanza - Da Napoleone ai
nostri giorni». È un testo adottato alle scuole medie. A pagina 97 c’è
il paragrafo «La questione meridionale e il problema del brigantaggio».
Gli autori (Zaninelli, Bonelli e Riccabone) affermano subito che «il
Mezzogiorno era entrato a far parte del nuovo Stato unitario in
condizioni di svantaggio». Non spiegano di che «svantaggio» trattasi
però lo lasciano capire: i braccianti non possedevano terre mentre
«vasti possedimenti restavano incolti per il disinteresse del
proprietario » (latifondisti pigri?). Correttamente enumerano i motivi
di scontento delle popolazioni meridionali nei confronti dei
Piemontesi: le tasse esose, il loro servizio di leva obbligatoria e le
promesse mancate (la, mai attuata, riforma agraria). Questa «sfiducia
nell’autorità», secondo gli autori «portò alla nascita di
organizzazioni illegali e di bande di briganti». Per batterli, «lo
Stato fu impegnato in una vera e propria guerra nella quale furono
utilizzati oltre 160.000 soldati». In quella pagina c’è soltanto una
immagine. È una stampa a colori. Una grossa didascalia che dice: «I
briganti praticavano da sempre il sequestro di persone per ottenere
riscatti in denaro». Il capitolo si chiude senza mai accennare al ruolo
dei grandi alleati di quelle «organizzazioni illegali» e «bande di
briganti», cioè i Borbone e la Chiesa. Chi ha studiato su quel
libro, quindi, può ben ignorare i motivi e gli ideali, che pure mossero
migliaia di uomini e donne. Per quei ragazzini (che oggi hanno tra i 17
e i 18 anni) il brigante sarà qualcosa che sta a metà tra un morto di
fame e un criminale.
Altri autori (Brusa, Guarracino, De
Bernardi) altro libro di testo per la 3ª media («Il nuovo racconto
delle grandi trasformazioni - Dall’Europa delle nazioni alla società
globale»), altro editore (Edizioni scolastiche Bruno Mondadori). Questo
libro veniva usato quattro anni fa. Ai briganti dedica mezzo paragrafo,
che inizia così: «Dall’estate del 1861, e in maniera sempre più
intensa, nei due anni successivi, nelle regioni meridionali (ma non in
Sicilia) comparvero bande composte da contadini insorti e autentici
briganti». Il brigantaggio non c’era in Sicilia dopo il 1861? Può
darsi. Ma i Carabinieri la pensano diversamente. Loro, in Sicilia,
hanno arrestato briganti almeno fino al 1874. Proprio sul sito
ufficiale dell’Arma (www.car abinieri.it), c’è una pagina de
«L’Illustrazione Universale » datata 15 novembre 1874, in cui si
riporta dell’arresto, avvenuto l’11 ottobre di quello stesso anno, di
«Anzalone Cataldo e Salvo Andrea, noti capi briganti». Ma continuiamo a
leggere il libro di Storia. Le «bande» di «contadini e autentici
briganti» in questo caso sono state «appoggiate» da «ufficiali del
vecchio esercito borbonico », ma soltanto «in principio» e, comunque,
la loro attività era questa: colpire «con incendi, furti e omicidi
tutto ciò che rappresentava lo Stato italiano e chiunque si schierasse
dalla parte delle autorità pubbl iche». In questo caso, secondo gli
autori, per la repressione del brigantaggio «furono impiegati 120.000
uomini», e non 160.000. Ciò detto, bisogna segnalare una nota di
merito: a corredo di questo testo di Storia c’è anche, allegato, un
libro per gli esercizi (firmato da Bresil, Pedron, Pontalti,
Tamburiello). Quì c’è un intero capitolo, denominato «Storie di
briganti», che è ricco di informazioni, documenti e grandi e belle
immagini di briganti e brigantesse. Le indicazioni su «come utilizzare
l’iconog rafia sul brigantaggio» spiegano che ci sono un sacco di foto
di quelle persone perché i briganti «si facevano fotografare o venivano
fotografati loro malgrado, anche dopo la fucilazione».
AL
LICEO - Cinque anni fa, nei licei c’era la 2ª edizione del volume 2 de
«La storia - Dalla metà del Seicento alla fine dell’Ot - tocento»
(Zanichelli editore). Porta la firma illustre di Aurelio Lepre. Il
professore (ordinario di Storia contemporanea all’Uni - versità degli
Studi di Napoli Federico II), ha scritto libri bellissimi sul
Mezzogiorno e il suo equilibrio e la sua competenza si ritrovano in
questo testo per le scuole anche quando tratta il fenomeno del
brigantaggio. Ciò che lascia perplessi è il discorso Nord-Sud. Il
capitolo «La costruzione dello Stato e della nazione» si apre con una
sequela di insulti razzisti pronunciati da settentrionali o da
meridionali che vivevano al Nord già da molto tempo. Il primo cui Lepre
dà la parola è Massimo d’Azeglio. Il piemontese, che fu politico e
letterato, è famoso per la sua: «Abbiamo fatto l’Italia, ora si tratta
di fare gli italiani». Invece la frase che tocca in sorte ai liceali
del 2005 è: «La fusione coi Napoletani mi fa paura. È come mettersi a
letto con un vaiuoloso ». Cui Lepre fa seguire l’esternazione del
romagnolo Luigi Carlo Farini (luogotenente di Cavour nel Mezzogiorno)
che dei meridionali dice: «Che barbarie! Altro che Italia! Questa è
Africa!». Poi Lepre raccoglie il pensiero dello scrittore Giuseppe
Bandi secondo cui i siciliani erano dei «beduini» e la loro lingua era
«africanissima». E, infine, l’autore lascia passare il parallelismo tra
il Napoletano e una «cancrena», sotenuta sia da Farini, sia dal
siciliano Giuseppe La Farina.
Lepre non ha ritenuto utile
mettere a «contrappeso» alcuna presa di posizione filo-meridionale.
Anzi, spiega che a fondamento di giudizi così drastici i settentrionali
avevano una «preoccupazione di carattere politico» e «c’era anche la
convinzione che fino a quel momento non era esistita una sola civiltà
italiana, ma due civiltà differenti per tradizioni, costumi e indole
della popolazione». Sì, «indole», così scrive Lepre. E i meridionali
«sudisti» dell’epoca cosa pensavano del Nord? E dell’«indole» dei
Piemontesi? Chi ha studiato su quel testo, purtroppo, lo ignora. Quei
ragazzini (e il pensiero va soprattutto ai meridionali) che hanno
studiato e mandato a memoria quelle frasi oggi hanno tra i 21 e i 22
anni.
I PROFESSORI - Tutti i concetti fin qui riportati, se non
mediati da docenti avveduti, equilibrati e molto ben preparati, possono
convincere i giovani meridionali dell’esistenza di una storica
inferiorità? Viceversa, possono alimentare un senso di storica
superiorità nei piccoli settentrionali? La risposta sta a ciascuno. Ma
magari, quest’anno, facciamo in modo di leggerlo il libro di testo di
Storia dei nostri ragazzi.
Marisa Ingrosso |
| Un Napoletano Problematico |
A
pochi giorni dall’espluat dell’'euro-deputato della Lega Matteo
Salvini, il quale si è fatto riprendere ubriaco mentre cantava
cori da stadio contro i napoletani, nella pacifica e civile Treviso,
città simbolo d’integrazione sociale, una donna napoletana, madre di un
ragazo di dodici anni, ha deciso di trasferire il figlio in un altro
istituto di scuola media, poiché esasperata dagli atteggiamenti
razzisti che il figlio avrebbe subito continuamente dai propri
compagni di scuola. Proprio sulla scia dell’esempio del leghista
Salvini, al ragazzo sarebbero stati rivolti più volte contro dei beceri
cori anti-napoletani. Gli sarebbe stato detto di essere figlio di un
camorrista e sarebbe stato emarginato durante le attività scolastiche e
ricreative. Tra le violenze riferite dalla madre, anche l'abitudine di
alcuni compagni del figlio di disinfettare le penne da lui toccate,
“perché puzzava”. Inoltre, la signora avrebbe provato ad esporre dei
reclami agli insegnanti della scuola trevigiana, ma si sarebbe sentita
rispondere che il suo ragazzo è problematico. Questo è il clima che
si respira oggi nel “bel paese”, a partire delle aule scolastiche dove
i bambini dovrebbero essere educati alla tolleranza e al rispetto
reciproco e le insegnanti avrebbero il compito di diffondere tale
etica. Sarebbe interessante sapere quale problematiche presentasse il
ragazzo da meritarsi tanto, ma ad ogni modo nulla giustifica
un’emarginazione rivestita da così palese razzismo. Purtroppo è una
politica che va avanti dal 1860, da quando Napoli e il Sud divennero
oggetto di denigrazione strumentale a scopo politco-economico. Allora i
contadini che difendevano la patria Duosiciliana vennero chiamati
"Briganti" e lo Stato Napolitano, ricco e prospero, etichettato come
"retrogrado". Basti pensare che anche il vocabolario della lingua
italiana è “razzista”, controllate la parola “Borbonico”. Le colpe
non vanno attribuite solo ai politici settentrionali che alimentano
questi beceri sentimenti, ma anche ad i nostri amministratori locali, i
quali non riescono a rappresentare lo sdegno dei propri elettori,
consentendo il proliferare di tanto razzismo.
Giovanni De Crescenzo |
| Essere scrittori a Napoli dopo Gomorra |
Napoli
è stata per secoli una capitale europea, alla pari di Londra e di
Parigi, con il vantaggio di essere posta sul Mediterraneo, una
posizione centrale favorevole per gli scambi non solo commerciali, ma
anche culturali; a differenza delle altre grandi città non
ha però avuto celebri scrittori della statura di Balzac o Hugo o
Dickens, che ne abbiano saputo raccontare la storia e le storie.
Pochi i nomi che potremmo citare, come Mastriani o la Serao, ma
parliamo sempre di narratori d’appendice che scrivevano in dialetto o
si interessavano di problematiche prive di un respiro universale. Il
motivo di questa carenza va ricercato, oltre che nel carattere
autoreferenziale che ha sempre caratterizzato la nostra cultura,
nella circostanza, comune a tutte le società povere e con molti
analfabeti, di utilizzare come principale forma espressiva il
teatro e la musica popolare con le sue canzoni struggenti e
malinconiche, vivaci ed appassionate. Il cuore palpitante di Napoli ha
trovato degni interpreti in Viviani, attento ai bisogni del
sottoproletariato, che affollava i vicoli brulicanti di passioni e di
umanità ed in Eduardo acuto osservatore della piccola borghesia con i
suoi pregi ed i suoi difetti. Tra gli scrittori del secolo
scorso in grado di portare le vicende napoletane, per quanto
squallide, all’attenzione di una platea internazionale, vi è il solo
Curzio Malaparte, oggi in parte dimenticato, ma all’epoca in grado di
incendiare il dibattito sulla città. Dopo il successo planetario di
Gomorra la letteratura napoletana, già povera di firme
prestigiose, ha inseguito un solo tema: la camorra, con la
segreta speranza, fomentata dagli stessi editori, di sfruttare
l’effetto Saviano. Abbiamo avuto un diluvio di pubblicazioni, tutte
brutte copie dell’originale, dal libro della giornalista
Capacchione a quello del pluriscortato giudice Cantone, oltre ai testi
di Simone Di Meo, che rivendica alla sua penna di cronista interi
brani di Gomorra. Il risultato è stato un aumento di prestigio dei
clan, dotati ora di una celebrità gratuita legata a libri, ilm e
spettacoli teatrali. Napoli ha un disperato bisogno di autori che
sappiano raccontare una società in trasformazione dopo
essere stata immobile per secoli, al punto da far pronunciare a
Pasolini la celebre frase che “I Napoletani sono l’ultima tribù
che lotta contro la modernità”. Nessuno ha saputo raccontare le
immense periferie, che sono cresciute come funghi e palpitano di
mestieri e di piccoli commerci, di amori impossibili e di sogni
infranti, di dolore e di ansia di vivere; nessuno ha saputo raccogliere
e fare suo il grido di dolore che proviene dalla Napoli vera, che
non compare mai ui giornali: quella dei disoccupati cronici, dei
giovani senza futuro, dei pensionati alla fame, dei commercianti
strangolati dal pizzo, dei lavoratori al nero per 500 euro al
mese, la folla degli onesti costretti in un angolo dalla
prepotenza dei vincitori; nessuno si interessa a far conoscere le
antiche chiese cadere in rovina, gli abusi edilizi ubiquitari,
l’esercizio spietato della prevaricazione dei burocrati come regola di
vita. Nessuna voce, né indigena né aliena, ha saputo captare quel
coacervo di suoni, odori, sapori, sensazioni che promana potente come
un afrore inebriante dai tanti immigrati, di colore o meno, che a
decine di migliaia hanno sostituito i napoletani nel centro storico. Aspettiamo
ancora quell’intellettuale il quale, invece di limitarsi a descrivere,
sappia spiegarci il perché in tanti quartieri della città vi sia un
odio verso le forze dell’ordine, verso lo Stato e verso la legge, visti
come carnefici, come persecutori, come custodi di norme
incomprensibili. Come in così vasti settori della popolazione vi sia
un’idea di aggregazione limitata a pochi isolati, a poche famiglie e
non si riconoscano regole che non siano quelle dettate da secoli di
ignoranza e di incuria pubblica e dove si perpetuano usanze
tribali, portando inesorabilmente verso il degrado, la povertà e la
subordinazione alla malavita, che a sua volta considera la
polizia come un esercito straniero e le vittime degli scontri
caduti in guerra. Negli ultimi decenni la città si è dilatata in una
periferia anonima, un mondo grigio di palazzi tutti eguali,
abitati da centinaia di migliaia di persone che non si conosco
più come nel vicolo, un popolo senza memoria storica e senza un
ragionevole progetto per il futuro, costretto a vivere, purtroppo, in
un interminabile e soffocante presente. Un universo che somiglia a
tante periferie del sud del mondo con le stesse ansie e gli
stessi problemi, ma che a Napoli non poteva non avere il suo lato
comico nello stridente contrasto tra il nome altisonante di alcune
strade e lo squallore che le circonda, indirizzi beffardi a
Secondigliano per abitanti costretti a vivere gomito a gomito con
la criminalità organizzata. La più grande piazza per lo spaccio
della droga d’Europa che confina con Il posto delle fragole o Il
giardino dei ciliegi, mentre le vedette della camorra si
stagliano prepotenti in via La certosa di Parma o I racconti di
Pietroburgo. A Ponticelli, altro Bronx invivibile, si passeggia
in strade desolate che richiamano un lontanissimo mondo di favola
da via Walt Disney a via Marilyn Monroe o viale Fratelli Grimm.
Come se i nostri incauti amministratori avessero voluto affidare
ad un’improbabile toponomastica il compito improbo di rendere uei
luoghi inospitali, vivibili e civili. Ed infine in questo disperato
crepuscolo delle coscienze attendiamo un valido cantore di una
borghesia malata e collusa e dell’intreccio inestricabile tra
mprenditori voraci e politici corrotti, mentre magistratura ed
opinione pubblica non si accorgono di nulla.
Achille della Ragione
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| Maggio Borbonico |
 Maggio
Borbonico? Ebbene si possiamo definirlo veramente così, un vero Maggio
Borbonico. A differenza di pochi italioti, i quali si apprestano a
festeggiare un 2 Giugno ormai privo di significati, la vecchia guardia
meridionale celebra due ricorrenze fondamentali per il nostro amato sud
e per la riconquista della sua memoria storica. A Napoli in ricordo
del grande Re Ferdinando II delle Due Sicilie, si svolgono due giorni
di orgoglio e di festa 22 e 23 Maggio. Ciliegina sulla torta è stata
una larga partecipazione di pubblico alle celebrazioni per il 150°
anniversario della morte del Sovrano. L’evento è stato organizzato
dall’Editoriale Il Giglio e dal Movimento Neoborbonico ai quali vanno
la nostra stima e simpatia per il lavoro svolto con ardore e passione. Il
giorno 30 a Bitonto si è celebrata la vittoria delle truppe di Carlo di
Borbone contro gli austriaci. L’evento storico organizzato dal Comitato
per la Festa della Vittoria di Carlo di Borbone, si è svolto a piedi
dell’obelisco Carolino eretto sulla piazza antistante la Basilica dei
SS.Medici. L’Associazione Giovani per il Sud ringrazia di vero cuore il comitato organizzatore. Giovanni De Crescenzo |
| Risarcimento Danni ai Savoia |
 Il
Sud chiede il risarcimento danni a casa Savoia per i crimini di guerra
commessi durante le guerra del 1860-61? Ebbene sì, sta accadendo
proprio questo. Il Consiglio Comunale della città di Gaeta lo scorso 6
Dicembre, promotore dell’iniziativa l’Assessore comunale Antonio Ciano,
persona che tutti noi conosciamo ed ammiriamo per il suo lungo lavoro
di recupero delle verità storiche legate alla conquista del SUD da
parte dei Savoia nel 1860/61, ha approvato la delibera per richiedere i
danni di guerra subiti dalla città durante l’assedio del 1860-61. Gaeta
li ha chiesti alla famiglia Savoia e l’importo si aggira intorno ai 220
milioni di euro, corrispondenti a 2 milioni di lire dell’epoca. Il
primo cittadino di Gaeta Antonio Raimondi motiva così la richiesta: "La
caduta di Gaeta, avvenuta il 13 febbraio 1861, è l’emblema della
situazione del Sud Italia, quella data segna la nascita della Questione
Meridionale che dura ancora oggi. Gaeta ha pagato un prezzo altissimo
per essere stata la Fedelissima del Regno delle Due Sicilie. Nel
novembre 1860 la città ha subito una guerra non dichiarata che ha
causato grandissimi danni, come si può leggere nelle cronache
dell’epoca e nei documenti ufficiali del decurionato. Non si tratta di
nostalgie borboniche, ma di un atto di giustizia storica. I danni del
1861, quantificati all’epoca in 2 milioni di lire, corrispondono a
circa 220 milioni di euro, chiediamo questa cifra per rendere giustizia
alle tante vittime civili e militari, per dare seguito alle medesime
richieste dei nostri amministratori indirizzate al Parlamento tra il
1861 e il 1914 e per dare a Gaeta quello sviluppo che non ha mai potuto
avere a causa dell’indisponibilità dei suoi beni e del suo territorio". Casa
Savoia naturalmente, replicando in perfetto stile omonimo, giudica
demenziale la richiesta dell’assessore, poiché l’assedio non fu di casa
Savoia, ma dello Stato italiano. Noi non sappiamo come la vicenda
giudiziaria finirà e quando finirà, ma sta di fatto che il 6 Dicembre
2008 sarà ricordato come il giorno del cambiamento, poiché è avvenuta
una svolta, Gaeta, che rappresentò l’estremo legittimo baluardo della
difesa di uno Stato Autonomo ed Indipendente che ieri si chiamava Due
Sicilie e oggi in qualità di appendice d’Italia “Sud”, “Mezzogiorno” o
“Meridione”, chiede ufficialmente giustizia per i torti subiti. Speriamo
che Antonio Ciano e il Sindaco Antonio Raimondi riescano nell’impresa
di risarcimento. E se proprio non si vedranno denari poco importa, ma
almeno che siano i giusti onori e riconoscimenti che facciano sentire
ancora nei cuori dei meridionali sparsi nel mondo il sentimento di
appartenenza ed il desiderio di lavorare insieme per il rinascimento
delle Due Sicilie. Gaeta resiste ancora! Giovanni De Crescenzo |
| Jatevenne Day |
 Nonostante
il Presidente del Consiglio da un po’ di mesi a questa parte non faccia
altro che ripetere che l’Emergenza Rifiuti a Napoli è stata risolta,
sabato scorso si è tenuto il “Jatevenne Day”, manifestazione
organizzata dalla società civile di Chiaiano che si oppone all’apertura
dell’ennesima discarica all’interno della stessa area geografica. Scopo
della manifestazione, oltre a quello già citato di opposizione
all’apertura della nuova discarica, è quello di porre una mano alle
istituzioni per cercare soluzioni alternative per un problema che non
riguarda solo la provincia napoletana, ma che si è già allargato
a dismisura ben oltre i confini citati. Alla manifestazione hanno
partecipato, oltre alla popolazione locale, anche il primo cittadino di
Marano ed alcuni Onorevoli Parlamentari della Repubblica Italiana. Per
impedire questa libera manifestazione di protesta, che proprio non è
piaciuta al Governo, è stata impegnata una vera Task Force di agenti di
polizia che con diverse centinaia di agenti in tenuta anti sommossa, 63
mezzi tra autovetture, svariate camionette e perfino un elicottero
hanno tenuto sotto controllo i manifestanti. La forza pubblica per
sedare la ”sommossa popolare” ha operato prima due cariche di
alleggerimento cui è seguita una vera e propria carica violenta che ha
coinvolto nello scontro, in modo indiscriminato, anziani e bambini
presenti al corteo. Nonostante i tafferugli di piazza, nonostante
sia stata impedita una libera manifestazione dei cittadini, nonostante
siano stati calpestati i principi della Costituzione della Repubblica
Italiana, nonostante la mano tesa dei cittadini sia stata colpita dal
manganello dello stato, nonostante tutto ciò, i media nazionali non si
sono soffermati su tale evento, segno inequivocabile che oggi come
oggi, nel “bel paese”, l’informazione pubblica resta ancora qualcosa di
astratto, qualcosa riservato soltanto a pochi. Allora a questo punto
noi dell’Associazione Giovani per il Sud ci chiediamo fino a che punto
le popolazioni meridionali dovranno sopportare soprusi ed ingiustizie,
fino a che punto il Sistema Italia dovrà continuare a drenare risorse
dal Sud per impedirne il fisiologico sviluppo, fino a che punto sarà
sostenibile questa situazione. Riflettete cari signori del potere, poiché la pazienza non sarà mai eterna. Alle popolazioni di Chiaiano va tutta la nostra solidarietà. Giovanni De Crescenzo |
| Thank You Matteo |
 Sabato
sera sono andata a vedere Gomorra. Ho voluto capire come il buon
Garrone si è intrufolato tra la mia gente. Si perché quella lì è la mia
gente. Nasco e cresco in una famiglia e in un quartiere del tutto
normali. Non mi manca nulla: scuola, sport, amici, il motorino, le
uscite, i concerti, l’amore per gli animali da poter coltivare,
passeggiate con il sapore di mare in bocca. Ho gli occhi pieni di mare
io. Sono solare, appassionata e mi sento molto amata. Domenica si va al
parco, prima con papà in bici o coi pattini, più tardi con l’amica del
cuore per parlare di sogni e di ragazzi. Il sabato sera c’è la
discoteca, la più grande della città è a tre minuti da casa mia. Ci
vado con Giuliana, con Alessandra, Fabiana e tutti gli altri. Giuliana
abita nello stesso edificio del megalocale, al piano di sopra. Lei non
esce dal bagno dopo il trucco, dice che si infila nella tazza, tira lo
sciacquone e si ritrova al centro della pista. Lo racconta a tutti.
All’uscita, verso l’una di notte torniamo tutte a casa a piedi. La
città ci protegge, i marciapiedi ascoltano le nostre parole, le nostre
risate. Non abbiamo paura. Con i miei andiamo a teatro, alle feste, in
vacanza a Sorrento. Papà ha una pazienza infinita, mi accompagna ai
concerti, alle feste fuori città, e si fida un sacco di me. Nonostante
le crisi esistenziali, le tappe a volte dolorose della crescita, una
malinconia che da sempre mi ha accompagnato, mi ritengo davvero
fortunata. Fortunata soprattutto perché vivo in uno dei posti più
affascinanti del mondo. Posso andare al mare quando voglio, posso
ammirare le barche, dai finestroni della scuola vedo un panorama che
mozza il fiato. Quanta storia posso respirare nel centro storico. E poi
c’è Maradona, il calciatore più forte di tutti i tempi. E con papà e
Ale ci vado allo stadio, ho anche l’abbonamento. Edoardo con Natale in
casa Cupiello ogni anno ci costringe sul divano davanti alla tv. Che
bella quella Napoli antica e malinconica. E’ vero ogni tanto sento
dire “Napoli è un disastro, qui ognuno fa quel che vuole”. Il mio
istruttore di guida mi insegna come si sta al volante e le norme del
codice della strada. Ma poi aggiunge che sono obbligata a rispettarle
per un tempo pressochè limitato: “basta che passi l’esame, poi fai il
cavolo che vuoi perché in questa città nessuno rispetta le regole”. E’
vero c’è traffico, ogni tanto incontri qualche brutta faccia, senti
dire di qualche scippo. E bravi i maestri, quelli che devono insegnarti
la differenza tra il bene e il male. Brunella è bella, alta e
lentigginosa, ed è un animo sensibile. Noi due ci capiamo al volo. Per
tanti noi siamo “le belle della classe”. Ma non ci facciamo caso, la
bellezza che percepiamo reciprocamente non è visibile all’occhio
altrui. Ci scambiamo i diari in classe, ci sentiamo vicine, eppure lei
mantiene un certo distacco. Ha gli occhi che ogni tanto tradiscono una
sorta d’inquietudine. Spesso mi dice questa frase“ tu sei del Vomero,
non puoi capire”. Brunella è fidanzata con Fabio, anche lui frequenta
la nostra scuola. Fabio è del suo quartiere, e per la verità non so
quale sia, una volta le ho sentito dire “ vengo dal
onehundredsixty-seven”. Boh. Insisto per studiare insieme a lei, e un
giorno finalmente accetta. Dammi il tuo indirizzo che lo dico a papà:
Via Roma verso Scampia. Isolato K, 14° piano. Papà mi accompagna senza
fare commenti, e ancora oggi lo ringrazio per questo. L’incontro con
l’altra faccia della città è sconvolgente: palazzi altissimi, strade
deserte, gente in 3 o 4 sui motorini, tutto lercio, abbandonato. Un
paesaggio deprimente. Non si vede un bar, un’edicola, le macchine
sfrecciano alla velocità della luce. I pedoni, i pochi, si perdono in
quegli spazi infiniti. C’è un’atmosfera surreale. Brunella mi fa
affacciare dalla finestra della sua stanza: “ lo vedi quello lì? È
Fabio.” Non capisco, è sotto un albero con un paio di tizi. Che
fa? “ Fa qualcosa che non ti ho mai detto. Lui è un drogato. E ora sta
spacciando.” Mi sento di morire, ho paura. Dove sono capitata? Voglio
tornare a casa. Brunella mi tranquillizza, mi sorride e mi dice che non
mi succederà nulla. Ma io non ci credo. Tua madre lo sa? No, ma lo
odia. E tu? Io lo amo. Torno a casa con un senso d’angoscia mai provato
prima. Si è aperta una strada verso la scoperta di un mondo che
ignoravo integralmente. Brunella ha abortito due volte. Ci siamo
diplomate e non l’ho più vista. Sono passati 15 anni da quel
pomeriggio. E da allora il senso d’appartenenza alla mia città è totale
e totalizzante. Per me quello è stato semplicemente l’inizio.Non mi
sento diversa da quelli che abitano “nell’altra faccia” della città. Le
cose sono indubbiamente cambiate, peggiorate. Oggi non camminerei più
da sola alle tre di notte. Ma è un fatto puramente razionale, perché
l’istinto mi dice che questa e casa mia e non potrà mai accadermi
nulla. L’anno scorso un tipo mi è entrato in macchina e mi ha costretto
a percorrere lo stradone di Pozzuoli per oltre 3 chilometri. Mi puntava
la mano in un fianco ma io con la coda nell’occhio avevo visto che non
era armato. Mi prende soldi e cellulare. Mi dice di fermarmi, mi dice
di stare zitta e di volare via non appena fosse uscito dall’auto. E
così ho fatto. C’è poco da fare, le cose che ci spaventano di più
sono quelle che non conosciamo. In quell’occasione ho mantenuto una
freddezza e una calma che se ancora oggi ci penso troppo corro dallo
psicologo per farmi spiegare cos’ho di anormale. Tre quattro minuti
infiniti. Minuti nei quali io pensavo sempre alla stessa cosa: perché
questo ragazzo è arrivato a questo? Perché si ridotto così? Di chi è la
colpa? Negli anni mi sono sempre chiesta di chi è la colpa e da un po’
di tempo la risposta è sempre la stessa. Sono cresciuta, forse ho
capito. Io credo di conoscere le verità ed è per questo che ho la
stessa tensione, la stessa rabbia, di chi è nato a Secondigliano, ai
Quartieri, o nei vicoli di Forcella. Il mio destino forse è diverso, ma
io sono come loro. Il libro della “mia gente” è uno solo e io ci sono
dentro, fino al collo. Grazie Garrone per avermi aperto di nuovo la
finestra della stanza di Brunella. Indemoniata |
| La Questione Settentrionale |
 Uno
degli argomenti sempre più spesso evocati nella cronaca politica, nei
dibattiti radio televisivi, nei congressi dei partiti e degli
industriali di questi ultimi tempi è la così detta “questione
settentrionale”. Ma cos’è davvero la “questione settentrionale”? A
partire degli anni Ottanta iniziò a manifestarsi in maniera sempre più
evidente la mai sopita insofferenza del Nord produttivo, protagonista
della trasformazione del Paese in una delle economie più sviluppate del
mondo, verso l’inefficienza della macchina dello Stato e l’enorme
spreco di risorse pubbliche inghiottite da mille rivoli burocratici. Su
questa insofferenza la Lega Nord era destinata a costruire la propria
fortuna, ponendosi come interprete delle istanze di un popolo di
piccoli imprenditori stanchi di vedere sperperato il frutto del proprio
lavoro senza ricevere nulla in cambio. In un sistema così impostato, il
protrarsi della questione meridionale, con le conseguenti politiche
(più o meno efficienti) orientate alle esigenze di una
determinata parte del Paese, vedeva specularmente il nascere di una non
meno scottante questione settentrionale. Tali rivendicazioni, in
realtà, nascevano in un momento particolarmente favorevole
dell’economia italiana: il fenomeno Nord-Est, Milano “capitale morale”
e metropoli europea, il modello emiliano... Per questo esse rimasero
per diversi anni ai margini del dibattito pubblico, mentre
l'affermazione della Lega non andava oltre pochi piccoli comuni
lombardi e veneti. Gli anni Novanta segnarono la svolta: l’inchiesta
Mani Pulite, mettendo finalmente in luce le distorsioni del rapporto
economia-politica in Italia, causò la crisi dei grandi partiti e delle
grandi imprese. Il meccanismo di protezione e reciproca assistenza che
muoveva il sistema Italia crollò su se stesso, travolgendo un intero
schema di valori e la stessa immagine che il paese aveva di sé. Questo
rivolgimento ebbe l’effetto di portare alla ribalta nuove forze
politiche e sociali che fino ad allora erano rimaste ai margini: tra i
partiti che più si avvantaggiarono di questa situazione ci fu la Lega
Nord, che nel volgere di pochi anni si trasformò da movimento di
protesta scarsamente considerato a reale forza di governo, prima, nel
1994, con la breve parentesi berlusconiana e successivamente nel 2001
con l’alleanza strategica con la Casa delle Libertà che ne segnò il
definitivo arrivo alle varie stanze dei bottoni. Parallelamente
l’attenzione dell’opinione pubblica si concentrava verso una nuova ed
eterogenea schiera di piccoli imprenditori che suggerivano l’idea
dell’affermarsi di nuovi valori e modelli di fare impresa. Il successo
delle piccole e medie imprese cresciute fuori dai circoli della grande
finanza e impostesi sui mercati internazionali alimentava la speranza
di un nuovo sistema economico finalmente non più "dopato" dalla
contiguità con il sistema politico, a maggior ragione dopo che le
privatizzazioni non avevano prodotto l'atteso risultato di aprire il
mercato a nuovi competitori. A questo punto la Questione
Settentrionale era pronta per essere rispolverata, più nuova che mai,
attraverso una accurata “campagna di sensibilizzazione”, sostenuta e
caldeggiata da giornali e giornalisti (miracoli dei finanziamenti
pubblici), mirata a farle acquisire una rilevanza propria: da tema di
una parte politica minoritaria del paese a problema nazionale. Le
ultime elezioni hanno messo in evidenza quanto questo tema sia
fondamentale per definire le relazioni tra la politica e classi
produttive: l’inadeguata rappresentanza che il centro sinistra ha
ottenuto in Lombardia e in Veneto, le Regioni che oggi guidano
l'economia nazionale, ne è la prova. Ciò che le imprese di queste due
Regioni imputano alla politica nazionale è di non sostenerle
adeguatamente. A ben guardare, ciò che esse chiedono non è
innovazione, ricerca, formazione, la messa a punto di un
sistema realmente competitivo; più semplicemente, chiedono di versare
meno e ricevere di più o, meglio ancora, che le tasse rimangano nel
territorio in cui vengono versate. La loro idea di competitività non si
basa su un'effettiva modernizzazione del nostro sistema economico, con
il superamento delle storture e degli squilibri che lo hanno fin qui
caratterizzato, quanto piuttosto sulla conservazione delle posizioni
conquistate, attraverso un nuovo patto tra potere economico e potere
politico; magari pensando, con un pizzico di nostalgia, ai tempi della
"Milano da bere". Ciò su cui nessuno sembra interrogarsi è quali
siano i reali rapporti tra un sistema tanto squilibrato (dopato) e lo
sviluppo di una sola parte del Paese nel corso di tutto il Novecento,
mentre l'altra veniva progressivamente ridotta a pesante rimorchio
capace di produrre solo spesa pubblica e carne da cannone. Rimane da
stabilire chi abbia davvero sostenuto i maggiori costi di un sistema
così impostato, questione sulla quale a nostro avviso da troppo tempo
permane un clamoroso equivoco: ed è precisamente su quest'equivoco che
si fonda la Questione settentrionale. Luigi CostantinoMarco Fortunato |
| Frammento di un Viaggio in Sicilia |
 La
strada s’inerpica per nudi fianchi di montagne, attraversando
vertiginosi viadotti che solcano rupi scoscese esposte a forti raffiche
di venti africani che sgretolano le rocce fino a farle franare. Qui
nulla è stato creato per durare anche se tutto sembra immoto. In realtà
le cose cambiano. Basterebbe ritornare qui tra un anno per vedere
qual’è la vera forza di questi spiriti tellurici che muovono la terra
in un procedere silenzioso. La strada è la S189, collega Agrigento a
Palermo che poi, al bivio per Catania, diventa S121. Consiglio a tutti
questa strada perché è un percorso dell’anima. L’africa da queste
romite valli dista non più di quanto è capace un temporale di
trasportarne la sabbia dei suoi deserti e non si userebbe un eufemismo
a dire che sia più “vicina” che “lontana”. Qui si coltivano le uve
Catarrato, Grillo, Damaschino, Perricone, uve che in queste aride e
profonde gole trovano ancora, non si sa come, quel giusto sostegno di
minerali, sali e acqua che, tutti insieme, confluiscono nella gustosa
armonia del vino Marsala, prelibatezza di queste terre. Lungo questa
strada si susseguono sfarzose le masserie, e rovine vetuste, allocate
in posizioni alquanto originali come cime di monti o fiancate scoscese
di colline disabitate, poggiano le loro fondamenta come se mura e torri
fossero opere fortuite, sputate fuori dalle viscere della terra in
seguito a qualche sconvolgimento tellurico. Opere di un disegno preciso
o casualità naturale, la loro impronta, propria dell’ingegno umano,
ostenta la capacità delle menti degli uomini di piegare ai propri
voleri la natura. E’ senza dubbio forte l’impressione che questi
ruderi destano in noi passanti, che per definizione siamo solo di
passaggio. Perché loro sono ancora qui. Finestre vuote, fori nelle
mura, mattoni ruzzolati giù per la collina, stanno a rappresentare il
tempo, o almeno quello che per noi si chiama storia. Queste rovine sono
l’ennesima conferma della cura e dello spirito d’eternità che possedeva
i nostri padri. Nonostante tutto, ancora ci lasciano inermi, bocca
spalancata, mano sulla fronte a proteggere lo sguardo dal sole, per
osservare il tutto con la più puntigliosa minuzia, in cerca di qualche
elemento sopravvissuto al tempo in grado di regalarci l’illuminazione,
di proiettarci oltre la curva del tempo lì, faccia a faccia con i
nostri antenati. Particolare interesse desta in me Misilmeri, un
paesino a pochi chilometri da Palermo. Questo centro abitato si è
evidentemente formato attorno alle vestigia di un non poco imponente
castello, oggi completamente raso al suolo ad eccezione di un muro
perimetrale, lungo il quale si possono ancora vedere i tracciati delle
scale che dovevano portare ad uno dei piani superiori. Ebbene, di tutta
questa intuibile struttura, oggi non sopravvive altro che un muro,
ancora fiero e alto sopra una montagna di macerie. Ma quello che desta
la mia riflessione non sono i ruderi, pur molto frequenti in tutto
l’entroterra siciliano, ma il paese che ha fatto di queste antiche
macerie il proprio centro storico. Misilmeri. Un agglomerato di
palazzine nel peggior stile anni settanta, sicuramente opera dei più
disgustosi ghiribizzi dei geometri comunali che in quanto a peggio,
certo non si sono risparmiati nulla. Palazzi costruiti sulla sabbia,
già fatiscenti di cui a malapena si può intuire il colore originario
degli intonaci, cominciati e mai terminati, con i pilastri di cemento
armato protesi verso il cielo e sormontati da ferraglia arrugginita che
sembrano urlare essi stessi inorriditi contro un dio che gli ha
dimenticati. Portoni metallici con vetri a specchio, marciapiedi
inesistenti e dove ci fossero, stretti non più di venti centimetri.
Misilmeri, una città-civiltà cresciuta attorno ai resti di una
città-civiltà ancora più antica, le cui tracce sono andate del tutto
perdute. Ma come può un popolo, una città, degli uomini, crescere,
svilupparsi, costruire attorno ai resti distrutti del proprio passato?
Costruire attorno alle proprie radici penzolanti nel vuoto, nel nulla,
nella dimenticanza, nell’oblio? Costruire attorno un ricordo andato in
cancrena, attorno ciò che hanno dimenticato e che non riconoscono più,
per volontà o per inerzia, o peggio ancora per induzione? Non si può.
Perché questa gente custodisce dentro di se, dentro le proprie case,
dentro la propria città, il marciume da cui si vorrebbe essere lontani.
Questa gente è cresciuta intorno al nulla, al vuoto. Qualcosa di cui
non ricordano più il perché e il per come. Questi sono i frutti amari,
provenienti da una terra arida: il meridione. E il suo male si chiama
oblio. Le società del passato, in particolar modo la società
meridionale, erano società agricole, segnate dai ritmi lenti del lavoro
nei campi. Erano società rigidamente stratificate, immobili, tutte
raccolte attorno alla piazza del paese, alla chiesa, alla fontana, al
palazzo comunale. Erano società che da secoli si rigeneravano sempre
uguali a se stesse, nelle quali i valori, i ruoli, tutto rimaneva
stabilmente solido e ancorato alle tradizioni. Nei villaggi, nei paesi,
nei quartieri di città tutti conoscevano tutto, tutti si indicavano per
nome, tutti si riconoscevano nei luoghi e nei rapporti che instauravano
con le altre persone e con quei luoghi, la vita era una vita di
comunità e nessuno era mai solo, se non in casi eccezionali: il monaco,
il vagabondo, l’eremita. Questo sistema di valori, questi
rapporti ovviamente si incrinano nel momento in cui la civiltà
contadina viene aggredita dall’emigrazione, che non è un male che cade
dal cielo, scardinando famiglie, villaggi, stravolgendo città,
svuotando campagne, intere regioni, disperdendo irrimediabilmente un
patrimonio collettivo di saperi e tradizioni. L’emigrazione non cade
dal cielo, no! Non è una punizione divina, una punizione sì ma non
divina, semmai umana, dei governi. Nulla sembra poter resistere
all’emigrazione. L’uomo, rapito al suo “ambiente umano e naturale”
viene catapultato in una realtà nuova, frenetica, anonima, mai stabile,
nella quale è un nome scritto sulla porta, nella quale e costretto a
spostarsi per sopravvivere, nella quale è un numero al banco di lavoro
nella catena di montaggio, identificato con la sua funzione nella
produzione, nella quale vale non per quel che è, ma per quel che
produce, ed oggi ancora per quel che consuma. Se volgiamo lo sguardo
attorno, non è difficile constatare che a noi meridionali corrisponde
davvero la mancanza di un collegamento, di un rapporto con le nostre
radici. L’emigrazione non è una scelta di vita, ma una condizione cui
qualcuno ci ha condannato escludendoci dal contesto umano. E’ un “mal
comune”. E’ il male vero di ogni civiltà. Le grandi città in cui
andiamo ci rendono liberi, ma a che prezzo? Il prezzo della solitudine,
il prezzo della negazione della nostra lingua, dei nostri dialetti, il
prezzo del rifiuto della nostra identità, della vergogna di essere
meridionali, per paura di essere appellati con uno dei tanti modi che
la gente, di destra e di sinistra, comunemente usa per identificarci.
Le grandi, pulite, ordinate città del Nord ci danno tutto questo e noi
a nostra volta, ci scaviamo attorno un vuoto, che isola da tutti e da
noi stessi, dalle nostre bellissime e semplici tradizioni,
sprofondandoci nella noia, nell’apatia, in una condizione alienata
nella quale si è perduto il senso della nostra antichissima società,
eredità di svariate civiltà. Perché noi siamo gente semplice, pura, ed
è proprio per questo che la lontananza dalle nostra terre, la
lontananza dei nostri vicoli, la lontananza dai nostri costumi, (che
non sono né meglio né peggio di quelli di qualsiasi altra parte
d'Italia), ci rende prigionieri e malinconici. Paghiamo un prezzo così
alto perché siamo semplici e forse ingenui. In fondo, lo so, tutto
ciò è quanto hanno detto molti altri prima di me e non aggiunge
null’altro. Ma certo è, che prima di ripartire bisogna rendersi conto
di volerlo fare, coscienti di volerci arrivare. Bisogna rendersi conto
di quali siano i problemi da affrontare e ce ne sono tanti, tantissimi,
molti dei quali dormono dentro noi stessi, ed è per questo che spetta a
noi giovani, in un certo senso sfacciati e incoscienti, cominciare a
ricostruire una trama, cominciare a ricucire la nostra società
dilaniata. Tocca a noi fare tutto questo forse perché non ci rendiamo
conto della grandezza dei problemi che ci circondano, ed è un bene.
Questa è forse la condizione ideale per intraprendere un lungo
“viaggio”. L’incoscienza, la freschezza, necessaria per non farsi
schiacciare dal male che ci circonda e che teniamo dentro. Marco Fortunato |
| Giovani senza Ideali |
 Ultimamente
registriamo sempre nuovi casi di violenze svolte da persone di giovane
età o addirittura minorenni, ancora più sconvolgente è la frequenza in
successione dei nuovi casi di cronaca che si sono susseguiti negli
ultimi periodi. Giovane sedicenne uccide per gelosia due coetanei,
ragazzo down aggredito e picchiato dai suoi compagni di classe, giovane
modella muore per anoressia, senza contare gli innumerevoli casi di
gioventù delinquenziale che ormai non termina più sui rotocalchi
nazionali. Una futura classe dirigente in preda alla violenza? Niente
affatto! Tale fenomeno che qualcuno può giudicare criminale, in realtà
è un problema sociale in quanto esso è figlio della società odierna che
semina falsi miti e modelli impropri. Una società basata su canoni
televisivi che non rispecchiano la realtà in cui si vive, dove l’avere
è più importante dell’essere. Attraverso lo stereotipo velina, magra e
sexi e calciatore bello e ricco, ogni giorno giovani ragazzi perdono di
vista ideali come famiglia, amicizia, dignità personale e rispetto per
adottare quelli di una società basata sulla bellezza fisica, sulla
ricchezza economica o sulle furbate di qualche neo divo improvvisato.
Se la società civile di oggi permette tutto questo, allora non si
lamenti se questi miti di cartapesta si rivoltano nell'inconscio
personale dei giovani, facendo fuoriuscire tutto il marcio che gli è
stato consegnato. Raccoglieremo domani ciò che seminiamo oggi. Giovanni De Crescenzo |