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Napoli e Palermo infuocano il Sud
Diciamoci la verità, vedere una squadra di Calcio del Sud competere con le grandi del Nord per titoli prestigiosi, fino ad ieri era un evento a dir poco inconsueto. Eppure, nonostante il mondo del calcio moderno, intrinsecamente tende a favorire sempre di più i grandi club a discapito di chi possiede dei budget inferiori, negli ultimi tempi assistiamo ad una vera e propria inversione di tendenza, ovvero le “Strisciate” hanno un antagonista in più, un nemico in casa se vogliamo, le squadre del Sud iniziano a Vincere!
Il fenomeno ha iniziato a svilupparsi più o meno quattro-cinque anni fa, con i primi successi in Europa del Palermo e la promozione in serie A del nuovo Napoli di Aurelio De Laurentiis. Qualcuno obbietterà ricordandoci che nella seconda metà degli anni ’80 il Napoli di Maradona vinceva titoli in Italia ed in Europa, giusto, ma quello è stato un caso isolato che vedeva coinvolta una sola società, una sola città e non un’intera aerea geografica come accade ora.
Alcuni giorni fa, il Palermo Calcio in una cornice di pubblico strepitoso che vedeva lo stadio Olimpico di Roma interamente tinto di Rosa-Nero, sfidava i campioni del mondo in carica dell’Inter nella Finale di Tim Cup. Nonostante il risultato finale premiava gli ambrosiani per 3-1, la squadra allenata da Delio Rossi usciva a testa alta applaudita dal suo pubblico, poiché i rosa-nero hanno espresso sicuramente un livello di gioco superiore ed  una maggiore energia propositiva, ma si sa il bello del calcio è proprio questo, non sempre vince il più bravo in campo, il “fattore C” possiede sempre un peso rilevante per le sorti dell’incontro.
Al di quà del faro, due settimane fa, la città di Napoli era in festa per essersi qualificata per la prossima Champions League, il più prestigioso torneo calcistico per squadre di club e pensare che fino ad aprile si parlava addirittura di vincere il titolo nazionale. I successi dei partenopei non sono da considerare frutto del caso o dell’incontro di strani eventi fortunosi, essi sono il risultato di un lavoro meticoloso di una società che sta crescendo nel tempo passata dalla “C alla Champions” in solo sette anni, alla fine il lavoro paga.
Palermo e Napoli riescono ad affermarsi nel sistema del calcio italiano, il quale è anche lo specchio dell’Italia (vedi il caso Calciopoli) a differenza di città come Roma e Torino che anche quest’anno pagano dazio. Anche se si cerca di sminuirlo il Sistema calcio in Italia per prodotto interno lordo, rappresenta la settima industria del paese e se le due maggiori città del Sud Italia almeno nel calcio riescono ad affermarsi, possiamo dire che sta avvenendo una piccola inversione di tendenza, forse dopo 150 anni dall’annessione si inizia ad intravedere un principio di unità e di uniformità di sviluppo.

Giovanni De Crescenzo
Restare al sud? Si, Ragazzi, si può!
Riportiamo da: La Gazzetta del Mezzogiorno del 22 aprile 2011, un'importante riflesione di Lino Patruno.

Cosa suggerirebbe ai nostri figli, di rimanere al Sud? Ardua risposta, visto che c’è stato chi ha pubblicamente in­vitato i figli ad andarsene ad­dirittura dall’Italia.E poi, inu­tile girarci attorno: se ne vanno ogni anno dal Sud 80 mila gio­vani. Ovvio l’impoverimento del Sud, come sempre con l’emigrazione. E l’emigrazione dall’800 in poi, dai bastimenti per terre assai lontane alle va­ligie di cartone. Ora sono trol­ley e computer, ancóra peggio.
Si è calcolato che una laurea costi a una famiglia meridio­nale 100 mila euro, tra iscri­zioni, libri, ricerche, pendola­rismo, fitti. Si faccia una mol­tiplicazione. E si veda quanto il Sud regala ogni anno al Nord. Perché quei ragazzi in un modo o nell’altro poi producono per il Nord beni e servizi che il Sud acquista.
E li acquista pagandone anche il prez­zo del contenuto intellettuale, cioè l’istruzione già pagata dei loro figli. Conclusione: il Sud paga due volte. Ma come si fa a dire ai figli di passare dalla febbre della tesi di laurea alla depressione dei curriculum da mandare ovunque? Questo Sud non è una terra per giovani, se uno su tre il lavoro non lo trova.  E peggio le donne. E anche le statistiche sull’occupazione sono drogate da un dato inquietante ma invisibile: non appaio­no come disoccupati quelli che un lavoro ormai neanche lo cercano più. E si passa per occupato anche se si è lavorato una sola ora. Allora, come si fa a dire ai figli di rimanere?
Eppure, non è vero che non si passa. “Yes we can”, si noi possiamo, è stato lo slogan con cui Obama ha infiammato l’America che lo ha eletto presidente.
Piacerebbe dire, si il Sud può. Ma poi c’e davvero un Sud il quale dimostra che si può. Si è svolto nei giorni scorsi il Calabria Day, organizzato dal movimento “Io resto in Calabria” di Pippo Callipo, il noto industriale alimentare che nella sua terra è rimasto e cresciuto, e quanto cresciuto, nonostante in­timidazioni che avrebbero potuto scoraggiar­lo.
Ora, basta attraversarla lungo la famigerata autostrada Salerno-Reggio Calabria, per ca­pire quanto questa regione sia violentata da una politica assente se non volutamente as­sente. Magari finchè i lavori non si concludono, ci sono soldi e lavoro. E poco male che quella cicatrice purulenta sia l’ennesimo oltraggio anzitutto alla dignità della gente, molto più nobile dell’immagine di sfascio e di putrefa­zione che quei cantieri sempre aperti danno. Cosi il Calabria Day è stato una impressio­nante dimostrazione di orgoglio e di coraggio.
Decine di imprese insospettate per intra­prendenza, inventiva, solidità a pochi passi dalla cicatrice. E giovani, tanti bellissimi gio­vani che anch’essi hanno già detto “Io resto in Calabria” forse più come un atto di fede che di speranza. Nessuno pretende eroi, soprattutto se eroi devono essere gli altri. Ma occorrerebbe un Calabria Day in ogni regione del Sud. E non per dar fiato alle trombe e tornare alla so­litudine e al silenzio il giorno dopo. Ma per conoscere ciò che non si vuol conoscere in una Italia compiaciuta nel suo pregiudizio del Sud tutto monnezza e sprechi. E per farlo conoscere anche a chi è più pronto a dimettersi dal Sud che a tentare l’ultima volontà di lotta.
E’ insopportabile che il Sud debba sempre rimediare con le sue migliori qualità umane alle peggiori condizioni in cui è costretto a lavorare. Nell’ insufficienza di tutto ciò che ser­ve per poter competere con lo stesso suo talento poi altrove da tutti riconosciuto. Una vita ad handicap. Capacità condannate all’esportazio­ne finchè per il Sud varrà la sentenza secondo cui “un uomo è ciò che le circostanze gli con­sentono di essere”. Anche se una luce può venire da un futuro di Internet.
Già ora molti lavori tradizionali si sono tra­sferiti in Internet. Buona parte del commercio, una parte dell’amministrazione, consulenze in qualsiasi campo, la comunicazione e l’infor­mazione, la manutenzione (la centralina dei comandi di casa su una chiavetta che può essere riparata, mettiamo, da tecnici elettronici che sono in India). Questo consente di operare facendo valere solo le proprie competenze sen­za che pesi come prima il luogo più o meno attrezzato dal quale lo fai. Cioè si piò rimanere a casa, a parità di condizioni, appunto, fra Nord e Sud. E col mondo come scenario.
E’ una ulteriore spinta per il “Si noi pos­siamo”. Per bloccare l’emorragia degli 80 mila l’anno. I quali spesso prendono il posto di quelli che al Nord partono anch’essi per andare all’estero. Un Paese in fuga incontrollata. Ma soprattutto un Sud in cui occorre spezzare la catena dei vecchi che muoiono, dei giovani che vanno via, dei bimbi che non nascono. Che lo squillo sia venuto proprio dalla regione più dimenticata, può essere una retorica o una iniezione di fiducia. Questa è per ora la ri­sposta a chi chiede se suggerire ai figli di rimanere o no.
A proposito, ci chiedono anche a chi dare il 5 per mille. Ovvio: a meridionali.

Lino Patruno
Lettera aperta ad Oscar Giannino
Gentile dott. Giannino,
ho seguito con grande interesse la puntata de “le nove in punto” di qualche settimana fa, in cui trattavate il tema dei festeggiamenti per i 150 anni dell’unità d’Italia, con il ministro Meloni e l’on. Salvini.
Mi sarebbe piaciuto intervenire al tempo ma non sapevo come fare. So che oggi, data X, farete una puntata a tema, e pertanto mi permetto di inviare un mio commento. Il mio nome è Pasquale Farina, vivo a Milano ma sono della provincia di Caserta. Ho apprezzato molto, da meridionale, lo spazio che è stato offerto, in quella puntata, ad una rilettura della faccenda risorgimentale e soprattutto al riconoscimento, se pur marginale, delle ragioni delle popolazioni del Sud. La posizione del meridione d’Italia nei confronti di quel momento storico, a mio avviso, è sicuramente diversa da quella che si è continuata a propinare negli anni dalla storiografia ufficiale. È inaccettabile che non venga offerto il diritto ad un popolo, se pur vinto, di riconoscersi nella dignità del proprio passato e dei propri eroi. Son pur sempre eroi i soldati meridionali che hanno dato la vita sino all’ultimo giorno per difendere il proprio paese; son pur sempre morti le migliaia di persone massacrate nel meridione tra il 1860 e il 1867; i paesi interi rasi al suolo come Casalduni e Pontelandolfo sono un pezzo doloroso della nostra storia; le deportazioni nelle carceri di Fenestrelle e le esecuzioni sommarie fatte dai soldati Piemontesi sono una vergogna che non puoi cancellare solamente facendo finta di niente. Un paese incollato con il sangue non lo puoi tenere insieme con la retorica. L’unica soluzione è un gesto di onestà e, dopo 150 anni, ridonare alle genti del Sud la verità. Solo in questo modo si potrà avere un popolo unito, se è questo che si vuole, dove tutti hanno pari dignità e sono sullo stesso piano. Altrimenti avremo sempre un stato unico con popoli diversi. In ogni caso non mi dilungo sull’aspetto storico e politico della vicenda, dico solo che ho apprezzato anche le parole di Salvini in merito. È paradossale che sempre più spesso io debba sentire proprio gli esponenti della Lega prendere le posizioni dei popoli meridionali, e viceversa non cogliere alcun cenno in tal senso da parte dei politici del Sud. Questo la dice lunga, aimè!
La cosa su cui invece non mi trova d’accordo con quanto detto nella scors trasmissione, è la faccenda economica. Ovviamente la mia stima nei suoi confronti ed il riconoscimento della sua preparazione in tema di economia non vengono meno, ma mi permetta di dissentire con la sua analisi sulla situazione economica pre-unitaria. La tesi che si è voluta sempre far passare è quella che vedeva un Sud arretrato e povero da prima dell’unità e che, nonostante l’unità, il gap non si è colmato. Mi dispiace far notare che il gap invece si è creato proprio dopo l’unità. Al momento dell’annessione circa il 40% del PIL dell’intera penisola Italiana veniva prodotto al Sud, nel quale abitava circa il 40% della popolazione italiana. Dunque il reddito procapite al Sud era più o meno lo stesso degli altri stati pre-unitari. Questo lo hanno dimostrato molto approfonditamente anche Vittorio Daniele e Paolo Malanima ne “il prodotto delle regioni ed il divario nord e sud (1861 – 2004). Lo stesso Ricolfi nel suo libro (già che è stato citato da Salvini), in un paio di punti ammette che “forse” il divario tra Nord e Sud prima non c’era. Ed è tutto dire, non trova?
Le vorrei ricordare che, se anche in maniera timida nei confronti di Inghilterra e Francia, i primi passi concreti verso una industrializzazione (intesa come grandi industrie) in Italia si facevano proprio nelle Due Sicilie. Io sono di Piedimonte Matese e nel mio paese esisteva una azienda tessile (Cotonificio degli Egg) che contava 2028 dipendenti quando la più grande al Nord (nel comasco, se non erro) ne contava 414. Nel 1849 il Piemonte, che iniziò a costruire le prime strade ferrate, comprò 7 locomotive dalla fabbrica di Pietrarsa perché loro al tempo non ne costruivano. Dai cantieri di Castellammare uscivano navi tra le più potenti e moderne dell’epoca e la prima nave a vapore messa in mare fu proprio duo-siciliana. Sono tanti gli esempi che si possono fare. I primati nel campo scientifico, economico e culturale delle Due Sicilie sono noti (anche se ben nascosti) e non sono poca cosa. Certo, ripeto, l’Italia tutta era ancora debole rispetto alle potenze industriali dell’epoca ma, non certamente il Sud era il più estraneo a tale rivoluzione.
Se non si è d’accordo su questo non si è d’accordo su nulla. Al di là della faccenda politica del risorgimento, quello che mi importa è che si recuperi proprio la verità sulla situazione economica. È da lì che si comprendono tante cose e nascono le migliori domande. Soprattutto si capiscono tante situazioni presenti. Non si dice mai che il ducato, moneta del Regno delle Due Sicilie, valeva 4,25 Lire, e questa non è una opinione. Ora, non bisogna essere un esperto di economia per capire che se la moneta di un paese vale 4 volte quella di un altro paese una ragione ci sarà. Non si può pensare che un paese sottosviluppato abbia una della monete più forti a livello internazionale, al di là di tutti i meccanismi tecnici. Lo capirebbe chiunque, dunque si preferisce non dire. Si preferisce non dire che la ricchezza presente nel Banco di Napoli al momento della conquista era maggiore del totale di quella di tutti gli altri stati pre-unitari messi insieme (considerando anche Venezia e Roma che non erano ancora dentro). Si preferisce non dire che il primo parlamento “italiano” (chiamiamolo così) che si riunì nel 1861 fece un censimento sull’occupazione negli stati pre-unitari e risultò che al sud l’occupazione nell’industria era più alta che al nord e che al sud quasi non esisteva la disoccupazione. Si è preferito e si continua a preferire il non dire. Dunque io oggi cosa dovrei festeggiare, il non detto? Da meridionale, me lo dica lei, cosa avrei da festeggiare? I morti, le stragi, gli insulti, le menzogne, le industrie fatte chiudere, l’emigrazione, la consegna delle mie terre alle mafie, le economie del sud distrutte, il disprezzo? Cosa dovrei festeggiare?
Io vivo al nord ed adoro le persone del Nord e mi dispiace di non poter festeggiare oggi con loro abbracciandoli e dicendogli “auguri” con sentimento e convinzione. Ma non per colpa loro, ma per colpa di tutto questo. La verità! Un gesto di verità, non solo nel raccontare le cose del passato, almeno ai nostri figli, ma anche nel comportamento dello Stato nei confronti del Sud. Dalla verità possiamo ripartire e festeggiare, magari a 200, tutti insieme l’Italia unita.
Grazie mille

Pasquale Farina
Il Pallone del Fare
F.A.R.E. , ovvero acronimo di “Football Against Racism in Europe” è lo slogan che l’U.E.F.A. ha adottato per abbattere il razzismo all’interno degli impianti sportivi in tutta Europa. Ma al “Pallone del Fare” è proibito rimbalzare su campi di calcio italiani. Poiché finchè si tratta di stupidi episodi che colpisco calciatori come Eto’o, Balotelli o Zuniga, allora scattano prima le denuncie e poi le ammende, ma quando i destinatari dei cori razzisti sono i Napoletani, allora il “Pallone del Fare” si affloscia inesorabilmente. “Vesuvio, lavali col Fuoco”. Dallo Stadio Olimpico di Roma è arrivata in tutte le case sintonizzate sull’incontro Lazio-Napoli, più forte che mai, l’esortazione al vulcano. Dov’è la novità? Ormai siamo abituati. Ed è proprio questo il problema. Ignorare il razzismo significa accettarlo. Nonostante ciò, il direttore dell’incontro Lazio-Napoli, il Sig. Mauro Bergonzi di Genova, non ha ravvisato gli estremi per la sospensione temporanea della gara, ed ancora una volta, il Capitano del Napoli Paolo Cannavaro, a cui spettava il compito di richiedere all’arbitro la sospensione della gara in simili situazioni, ha perso nuovamente l’opportunità per avvalersi dei suoi diritti, nonostante le molteplici segnalazioni ricevute.
Quella contro i partenopei è una forma di razzismo da stadio esistente, ma evidentemente legalizzato. Ricordiamo i tantissimi striscioni razzisti comparsi durante gli incontri Inter - Napoli o Verona – Napoli come “Napoli Fogna d’Italia, Hitler con gli Ebrei anche i Napoletani e Basta con i Massacri in Bosnia facciamoli a Napoli” e da quest’anno il razzismo anti partenopeo approda anche in Inghilterra, dove durante l’incontro di Europa League Liverpool - Napoli i tifosi inglesi esibiscono lo striscione “Lavatevi con acqua e Sapone”.
Eppure le nuove norme della Federcalcio che regolano le “Responsabilità per Comportamenti Discriminatori” parlano chiaro: “le società sono responsabili per l’introduzione o l’esibizione negli impianti sportivi da parte dei propri sostenitori di disegni, scritte, simboli, emblemi o simili, recanti espressioni di discriminazione. Esse sono altresì responsabili per cori, grida e ogni altra manifestazione espressiva di discriminazione che comporti offesa, denigrazione, incitamento all’odio o insulto per motivi di razza, colore, religione, lingua, sesso, nazionalità, origine territoriale o etnica, ovvero configuri propaganda ideologica vietata dalla legge o comunque inneggiante a comportamenti discriminatori. In caso di manifestazioni e cori razzisti, l’arbitro ha la facoltà di sospendere temporaneamente la partita in corso e, nel caso di atteggiamento razzista prolungato, anche la discrezione di fischiare la conclusione anticipata della gara”. Quindi l’invocazione al Vesuvio si configura chiaramente come una discriminazione razziale e un incitamento all’odio. Ricordiamolo ignorare il razzismo significa accettarlo e Paolo Cannavaro prenda esempio da Marco Andrè Zoro del Messina, primo ed unico calciatore che ha osato ribellarsi a cori razzisti in Italia, dando una lezione di civiltà alla nostra italietta.

Giovanni De Crescenzo
Manifestazione Anti Lombroso
Sabato 8 Maggio 2010 si è tenuta la prevista manifestazione contro il Museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso, alla quale oltre al Movimento di Insorgenza Civile che ha organizzato l'evento, hanno partecipato la nostra Associazione, il Partito "per il Sud", Comitati Due Sicilie, Azione e Tradizione, Partito del Sud, l'Associazione EVIS e tanti altri figli del Sud. All'ingresso del Museo Lombrosiano è stato posto un mazzo di fiori per l'incivile esposizione dei resti di centinaia di insorgenti del Sud, marchiati come delinquenti e briganti, ma colpevoli solo di morire combattendo per la loro terra durante l'occupazione militare piemontese 1861.
Il corteo di protesta ha potuto anche esprimere nella città di Torino la nostra contrarietà alle celebrazioni risorgimentali, accompagnato da un nutrito drappello di poliziotti che, neanche a dirlo, erano praticamente tutti meridionali. Per la prima volta dopo 150 di malunità un cospicuo numero di Meridionalisti si sono ritrovati nella "Tana del Lupo" a manifestare contro l'ennesimo sfreggio subito dalle popolazioni del Sud Italia.
La nostra Associazione ringrazia tutti i partecipanti i quali un domani potranno dire ad alta voce:
l'8 Maggio a Torino io c'ero!

Giovanni De Crescenzo
Lo scippo di Zaia
Che bel regalo in arrivo per Foggia e per tutto il Sud, da parte di questo governo Tosco-Padano. L'Agenzia Nazionale per la sicurezza alimentare che nella scorsa legislatura  era stata localizzata in Capitanata, precisamente nella città di Foggia, ora potrebbe prendere altra destinazione, quale? Il Veneto naturalmente, così come ha promesso in apertura della sua campagna elettorale l'attuale Ministro dell'Agricoltura, Luca Zaia della Lega Nord.
L'esponente leghista è peraltro candidato per il centro destra alla guida del governo della Regionale Veneto e tra i diversi obiettivi della sua campagna elettorale figura anche quello del trasferimento dell'importante presidio da Foggia in una città veneta, molto probabilmente Verona, la quale all'epoca anch’essa presentò un voluminoso dossier a sostegno della sua candidatura. C’è poco da meravigliarsi per tale scelta politica, poiché gia al tempo il Ministro fu tra i più polemici quando maturò la scelta di collocare l'Agenzia in una città del mezzogiorno, scelta che poi cadde su Foggia.
Zaia protestò duramente e non è un caso che quando divenne Ministro dell'Agricoltura il progetto si sia del tutto insabbiato tra mille meandri burocratici e partitocratici  e che l'Agenzia non sia mai decollata del tutto. Prima vi fu la revoca dei finanziamenti già concessi dalla Legge Finanziaria del 2008, succesivamente si notò un atteggiamento chiuso ed ostile da parte di questo Governo Tosco-Padano che evidentemente premeditava un preciso piano strategico ed una precisa volontà politica volta alla sottrazione dell’Agenzia alla città di Foggia.
A differenza di altre occasioni occorse in passato, questa volta sembra che la classe politica pugliese si stia svegliando veramente, poiché il Consiglio Regionale ha votato all'unanimità un ordine del giorno, con cui si impegna ad intervenire sul Governo Nazionale affinché resti a Foggia la sede individuata per l'Agenzia Nazionale per la sicurezza alimentare.
Un Paese che si definisce civile, ma soprattutto leale verso i suoi cittadini, se in passato sceglie Parma ed il suo distretto agroalimentare per l’ubicazione dell’Autorità Europea per la sicurezza alimentare, al fine di garantire un equo sviluppo del Paese e di distribuire in maniere uniforme le ricchezze che il Paese possiede, allora non può scegliere Verona come sede dell’Agenzia Nazionale per la sicurezza alimentare, ma ha un dovere deontologico di collocare tale struttura nel mezzogiorno d’Italia.
Ma si sa queste sono solo parole, la realtà e che questo Governo che pare oggi sempre più succube delle scelte politiche leghiste non è molto dissimile da quelli del passato quando si tratta di derubare il Sud.

Giovanni De Crescenzo
Gaeta chiede i Danni ai Savoia
Il Sud chiede il risarcimento danni a casa Savoia per i crimini di guerra commessi durante le guerra del 1860-61? Ebbene sì, sta accadendo proprio questo. Il Consiglio Comunale della città di Gaeta lo scorso 6 Dicembre, promotore dell’iniziativa l’Assessore comunale Antonio Ciano, persona che tutti noi conosciamo ed ammiriamo per il suo lungo lavoro di recupero delle verità storiche legate alla conquista del SUD da parte dei Savoia nel 1860/61, ha approvato la delibera per richiedere i danni di guerra subiti dalla città durante l’assedio del 1860-61.
Gaeta li ha chiesti alla famiglia Savoia e l’importo si aggira intorno ai 220 milioni di euro, corrispondenti a 2 milioni di lire dell’epoca.
Il primo cittadino di Gaeta Antonio Raimondi motiva così la richiesta: "La caduta di Gaeta, avvenuta il 13 febbraio 1861, è l’emblema della situazione del Sud Italia, quella data segna la nascita della Questione Meridionale che dura ancora oggi. Gaeta ha pagato un prezzo altissimo per essere stata la Fedelissima del Regno delle Due Sicilie. Nel novembre 1860 la città ha subito una guerra non dichiarata che ha causato grandissimi danni, come si può leggere nelle cronache dell’epoca e nei documenti ufficiali del decurionato. Non si tratta di nostalgie borboniche, ma di un atto di giustizia storica. I danni del 1861, quantificati all’epoca in 2 milioni di lire, corrispondono a circa 220 milioni di euro, chiediamo questa cifra per rendere giustizia alle tante vittime civili e militari, per dare seguito alle medesime richieste dei nostri amministratori indirizzate al Parlamento tra il 1861 e il 1914 e per dare a Gaeta quello sviluppo che non ha mai potuto avere a causa dell’indisponibilità dei suoi beni e del suo territorio".
Casa Savoia naturalmente, replicando in perfetto stile omonimo, giudica demenziale la richiesta dell’assessore, poiché l’assedio non fu di casa Savoia, ma dello Stato italiano.
Noi non sappiamo come la vicenda giudiziaria finirà e quando finirà, ma sta di fatto che il 6 Dicembre 2008 sarà ricordato come il giorno del cambiamento, poiché è avvenuta una svolta, Gaeta, che rappresentò l’estremo legittimo baluardo della difesa di uno Stato Autonomo ed Indipendente che ieri si chiamava Due Sicilie e oggi in qualità di appendice d’Italia “Sud”, “Mezzogiorno” o “Meridione”,  chiede ufficialmente giustizia per i torti subiti.
Speriamo che Antonio Ciano e il Sindaco Antonio Raimondi riescano nell’impresa di risarcimento. E se proprio non si vedranno denari poco importa, ma almeno che siano i giusti onori e riconoscimenti che facciano sentire ancora nei cuori dei meridionali sparsi nel mondo il sentimento di appartenenza ed il desiderio di lavorare insieme per il rinascimento delle Due Sicilie.
Gaeta resiste ancora!

Giovanni De Crescenzo
La Questione Settentrionale
Uno degli argomenti sempre più spesso evocati nella cronaca politica, nei dibattiti radio televisivi, nei congressi dei partiti e degli industriali di questi ultimi tempi è la così detta “questione settentrionale”. Ma cos’è davvero la “questione settentrionale”?
A partire degli anni Ottanta iniziò a manifestarsi in maniera sempre più evidente la mai sopita insofferenza del Nord produttivo, protagonista della trasformazione del Paese in una delle economie più sviluppate del mondo, verso l’inefficienza della macchina dello Stato e l’enorme spreco di risorse pubbliche inghiottite da mille rivoli burocratici.
Su questa insofferenza la Lega Nord era destinata a costruire la propria fortuna, ponendosi come interprete delle istanze di un popolo di piccoli imprenditori stanchi di vedere sperperato il frutto del proprio lavoro senza ricevere nulla in cambio. In un sistema così impostato, il protrarsi della questione meridionale, con le conseguenti politiche (più o meno efficienti)  orientate alle esigenze di una determinata parte del Paese, vedeva specularmente il nascere di una non meno scottante questione settentrionale. Tali rivendicazioni, in realtà, nascevano in un momento particolarmente favorevole dell’economia italiana: il fenomeno Nord-Est, Milano “capitale morale” e metropoli europea, il modello emiliano... Per questo esse rimasero per diversi anni ai margini del dibattito pubblico, mentre l'affermazione della Lega non andava oltre pochi piccoli comuni lombardi e veneti.
Gli anni Novanta segnarono la svolta: l’inchiesta Mani Pulite, mettendo finalmente in luce le distorsioni del rapporto economia-politica in Italia, causò la crisi dei grandi partiti e delle grandi imprese. Il meccanismo di protezione e reciproca assistenza che muoveva il sistema Italia crollò su se stesso, travolgendo un intero schema di valori e la stessa immagine che il paese aveva di sé. Questo rivolgimento ebbe l’effetto di portare alla ribalta nuove forze politiche e sociali che fino ad allora erano rimaste ai margini: tra i partiti che più si avvantaggiarono di questa situazione ci fu la Lega Nord, che nel volgere di pochi anni si trasformò da movimento di protesta scarsamente considerato a reale forza di governo, prima, nel 1994, con la breve parentesi berlusconiana e successivamente nel 2001 con l’alleanza strategica con la Casa delle Libertà che ne segnò il definitivo arrivo alle varie stanze dei bottoni.
Parallelamente l’attenzione dell’opinione pubblica si concentrava verso una nuova ed eterogenea schiera di piccoli imprenditori che suggerivano l’idea dell’affermarsi di nuovi valori e modelli di fare impresa.
Il successo delle piccole e medie imprese cresciute fuori dai circoli della grande finanza e impostesi sui mercati internazionali alimentava la speranza di un nuovo sistema economico finalmente non più "dopato" dalla contiguità con il sistema politico, a maggior ragione dopo che le privatizzazioni non avevano prodotto l'atteso risultato di aprire il mercato a nuovi competitori.
A questo punto la Questione Settentrionale era pronta per essere rispolverata, più nuova che mai, attraverso una accurata “campagna di sensibilizzazione”, sostenuta e caldeggiata da giornali e giornalisti (miracoli dei finanziamenti pubblici), mirata a farle acquisire una rilevanza propria: da tema di una parte politica minoritaria del paese a problema nazionale.
Le ultime elezioni hanno messo in evidenza quanto questo tema sia fondamentale per definire le relazioni tra la politica e classi produttive: l’inadeguata rappresentanza che il centro sinistra ha ottenuto in Lombardia e in Veneto, le Regioni che oggi guidano l'economia nazionale, ne è la prova.
Ciò che le imprese di queste due Regioni imputano alla politica nazionale è di non sostenerle adeguatamente. A ben guardare, ciò che esse chiedono non è innovazione,  ricerca, formazione,  la messa a punto di un sistema realmente competitivo; più semplicemente, chiedono di versare meno e ricevere di più o, meglio ancora, che le tasse rimangano nel territorio in cui vengono versate. La loro idea di competitività non si basa su un'effettiva modernizzazione del nostro sistema economico, con il superamento delle storture e degli squilibri che lo hanno fin qui caratterizzato, quanto piuttosto sulla conservazione delle posizioni conquistate, attraverso un nuovo patto tra potere economico e potere politico; magari pensando, con un pizzico di nostalgia, ai tempi della "Milano da bere".
Ciò su cui nessuno sembra interrogarsi è quali siano i reali rapporti tra un sistema tanto squilibrato (dopato) e lo sviluppo di una sola parte del Paese nel corso di tutto il Novecento, mentre l'altra veniva progressivamente ridotta a pesante rimorchio capace di produrre solo spesa pubblica e carne da cannone. Rimane da stabilire chi abbia davvero sostenuto i maggiori costi di un sistema così impostato, questione sulla quale a nostro avviso da troppo tempo permane un clamoroso equivoco: ed è precisamente su quest'equivoco che si fonda la Questione settentrionale.

Marco Fortunato - Luigi Costantino
Jatevenne Day
Nonostante il Presidente del Consiglio da un po’ di mesi a questa parte non faccia altro che ripetere che l’Emergenza Rifiuti a Napoli è stata risolta, sabato scorso si è tenuto il “Jatevenne Day”, manifestazione organizzata dalla società civile di Chiaiano che si oppone all’apertura dell’ennesima discarica all’interno della stessa area geografica.
Scopo della manifestazione, oltre a quello già citato di opposizione all’apertura della nuova discarica, è quello di porre una mano alle istituzioni per cercare soluzioni alternative per un problema che non riguarda solo la provincia napoletana, ma che si è già allargato  a dismisura ben oltre i confini citati. Alla manifestazione hanno partecipato, oltre alla popolazione locale, anche il primo cittadino di Marano ed alcuni Onorevoli Parlamentari della Repubblica Italiana.
Per impedire questa libera manifestazione di protesta, che proprio non è piaciuta al Governo, è stata impegnata una vera Task Force di agenti di polizia che con diverse centinaia di agenti in tenuta anti sommossa, 63 mezzi tra autovetture, svariate camionette e perfino un elicottero hanno tenuto sotto controllo i manifestanti. La forza pubblica per sedare la ”sommossa popolare” ha operato prima due cariche di alleggerimento cui è seguita una vera e propria carica violenta che ha coinvolto nello scontro, in modo indiscriminato, anziani e bambini presenti al corteo.
Nonostante i tafferugli di piazza, nonostante sia stata impedita una libera manifestazione dei cittadini, nonostante siano stati calpestati i principi della Costituzione della Repubblica Italiana, nonostante la mano tesa dei cittadini sia stata colpita dal manganello dello stato, nonostante tutto ciò, i media nazionali non si sono soffermati su tale evento, segno inequivocabile che oggi come oggi, nel “bel paese”, l’informazione pubblica resta ancora qualcosa di astratto, qualcosa riservato soltanto a pochi.
Allora a questo punto noi dell’Associazione Giovani per il Sud ci chiediamo fino a che punto le popolazioni meridionali dovranno sopportare soprusi ed ingiustizie, fino a che punto il Sistema Italia dovrà continuare a drenare risorse dal Sud per impedirne il fisiologico sviluppo, fino a che punto sarà sostenibile questa situazione.
Riflettete cari signori del potere, poiché la pazienza non sarà mai eterna.
Alle popolazioni di Chiaiano va tutta la nostra solidarietà.

Giovanni De Crescenzo
Thank You Matteo
Sabato sera sono andata a vedere Gomorra. Ho voluto capire come il buon Garrone si è intrufolato tra la mia gente. Si perché quella lì è la mia gente. Nasco e cresco in una famiglia e in un quartiere del tutto normali. Non mi manca nulla: scuola, sport, amici, il motorino, le uscite, i concerti, l’amore per gli animali da poter coltivare, passeggiate con il sapore di mare in bocca. Ho gli occhi pieni di mare io. Sono solare, appassionata e mi sento molto amata. Domenica si va al parco, prima con papà in bici o coi pattini, più tardi con l’amica del cuore per parlare di sogni e di ragazzi. Il sabato sera c’è la discoteca, la più grande della città è a tre minuti da casa mia. Ci vado con Giuliana, con Alessandra, Fabiana e tutti gli altri. Giuliana abita nello stesso edificio del megalocale, al piano di sopra. Lei non esce dal bagno dopo il trucco, dice che si infila nella tazza, tira lo sciacquone e si ritrova al centro della pista. Lo racconta a tutti. All’uscita, verso l’una di notte torniamo tutte a casa a piedi. La città ci protegge, i marciapiedi ascoltano le nostre parole, le nostre risate. Non abbiamo paura. Con i miei andiamo a teatro, alle feste, in vacanza a Sorrento. Papà ha una pazienza infinita, mi accompagna ai concerti, alle feste fuori città, e si fida un sacco di me. Nonostante le crisi esistenziali, le tappe a volte dolorose della crescita, una malinconia che da sempre mi ha accompagnato, mi ritengo davvero fortunata. Fortunata soprattutto perché vivo in uno dei posti più affascinanti del mondo. Posso andare al mare quando voglio, posso ammirare le barche, dai finestroni della scuola vedo un panorama che mozza il fiato. Quanta storia posso respirare nel centro storico. E poi c’è Maradona, il calciatore più forte di tutti i tempi. E con papà e Ale ci vado allo stadio, ho anche l’abbonamento. Edoardo con Natale in casa Cupiello ogni anno ci costringe sul divano davanti alla tv. Che bella quella Napoli antica e malinconica.
E’ vero ogni tanto sento dire “Napoli è un disastro, qui ognuno fa quel che vuole”. Il mio istruttore di guida mi insegna come si sta al volante e le norme del codice della strada. Ma poi aggiunge che sono obbligata a rispettarle per un tempo pressochè limitato: “basta che passi l’esame, poi fai il cavolo che vuoi perché in questa città nessuno rispetta le regole”. E’ vero c’è traffico, ogni tanto incontri qualche brutta faccia, senti dire di qualche scippo. E bravi i maestri, quelli che devono insegnarti la differenza tra il bene e il male. Brunella è bella, alta e lentigginosa, ed è un animo sensibile. Noi due ci capiamo al volo. Per tanti noi siamo “le belle della classe”. Ma non ci facciamo caso, la bellezza che percepiamo reciprocamente non è visibile all’occhio altrui. Ci scambiamo i diari in classe, ci sentiamo vicine, eppure lei mantiene un certo distacco. Ha gli occhi che ogni tanto tradiscono una sorta d’inquietudine. Spesso mi dice questa frase“ tu sei del Vomero, non puoi capire”. Brunella è fidanzata con Fabio, anche lui frequenta la nostra scuola. Fabio è del suo quartiere, e per la verità non so quale sia, una volta le ho sentito dire “ vengo dal onehundredsixty-seven”. Boh. Insisto per studiare insieme a lei, e un giorno finalmente accetta. Dammi il tuo indirizzo che lo dico a papà: Via Roma verso Scampia. Isolato K, 14° piano. Papà mi accompagna senza fare commenti, e ancora oggi lo ringrazio per questo. L’incontro con l’altra faccia della città è sconvolgente: palazzi altissimi, strade deserte, gente in 3 o 4 sui motorini, tutto lercio, abbandonato. Un paesaggio deprimente. Non si vede un bar, un’edicola, le macchine sfrecciano alla velocità della luce. I pedoni, i pochi, si perdono in quegli spazi infiniti. C’è un’atmosfera surreale. Brunella mi fa affacciare dalla finestra della sua stanza: “ lo vedi quello lì? È Fabio.” Non capisco, è sotto un albero con un paio di tizi. Che fa? “ Fa qualcosa che non ti ho mai detto. Lui è un drogato. E ora sta spacciando.” Mi sento di morire, ho paura. Dove sono capitata? Voglio tornare a casa. Brunella mi tranquillizza, mi sorride e mi dice che non mi succederà nulla. Ma io non ci credo. Tua madre lo sa? No, ma lo odia. E tu? Io lo amo. Torno a casa con un senso d’angoscia mai provato prima. Si è aperta una strada verso la scoperta di un mondo che ignoravo integralmente. Brunella ha abortito due volte. Ci siamo diplomate e non l’ho più vista.
Sono passati 15 anni da quel pomeriggio. E da allora il senso d’appartenenza alla mia città è totale e totalizzante. Per me quello è stato semplicemente l’inizio. Non mi sento diversa da quelli che abitano “nell’altra faccia” della città. Le cose sono indubbiamente cambiate, peggiorate. Oggi non camminerei più da sola alle tre di notte. Ma è un fatto puramente razionale, perché l’istinto mi dice che questa e casa mia e non potrà mai accadermi nulla. L’anno scorso un tipo mi è entrato in macchina e mi ha costretto a percorrere lo stradone di Pozzuoli per oltre 3 chilometri. Mi puntava la mano in un fianco ma io con la coda nell’occhio avevo visto che non era armato. Mi prende soldi e cellulare. Mi dice di fermarmi, mi dice di stare zitta e di volare via non appena fosse uscito dall’auto. E così ho fatto.
C’è poco da fare, le cose che ci spaventano di più sono quelle che non conosciamo. In quell’occasione ho mantenuto una freddezza e una calma che se ancora oggi ci penso troppo corro dallo psicologo per farmi spiegare cos’ho di anormale. Tre quattro minuti infiniti. Minuti nei quali io pensavo sempre alla stessa cosa: perché questo ragazzo è arrivato a questo? Perché si ridotto così? Di chi è la colpa?
Negli anni mi sono sempre chiesta di chi è la colpa e da un po’ di tempo la risposta è sempre la stessa. Sono cresciuta, forse ho capito. Io credo di conoscere le verità ed è per questo che ho la stessa tensione, la stessa rabbia, di chi è nato a Secondigliano, ai Quartieri, o nei vicoli di Forcella. Il mio destino forse è diverso, ma io sono come loro. Il libro della “mia gente” è uno solo e io ci sono dentro, fino al collo.
Grazie Garrone per avermi aperto di nuovo la finestra della stanza di Brunella.

Indemoniata
Frammento di un Viaggio in Sicilia
La strada s’inerpica per nudi fianchi di montagne, attraversando vertiginosi viadotti che solcano rupi scoscese esposte a forti raffiche di venti africani che sgretolano le rocce fino a farle franare. Qui nulla è stato creato per durare anche se tutto sembra immoto. In realtà le cose cambiano. Basterebbe ritornare qui tra un anno per vedere qual’è la vera forza di questi spiriti tellurici che muovono la terra in un procedere silenzioso. La strada è la S189, collega Agrigento a Palermo che poi, al bivio per Catania, diventa S121. Consiglio a tutti questa strada perché è un percorso dell’anima.
L’africa da queste romite valli dista non più di quanto è capace un temporale di trasportarne la sabbia dei suoi deserti e non si userebbe un eufemismo a dire che sia più “vicina” che “lontana”. Qui si coltivano le uve Catarrato, Grillo, Damaschino, Perricone, uve che in queste aride e profonde gole trovano ancora, non si sa come, quel giusto sostegno di minerali, sali e acqua che, tutti insieme, confluiscono nella gustosa armonia del vino Marsala, prelibatezza di queste terre. Lungo questa strada si susseguono sfarzose le masserie, e rovine vetuste, allocate in posizioni alquanto originali come cime di monti o fiancate scoscese di colline disabitate, poggiano le loro fondamenta come se mura e torri fossero opere fortuite, sputate fuori dalle viscere della terra in seguito a qualche sconvolgimento tellurico. Opere di un disegno preciso o casualità naturale, la loro impronta, propria dell’ingegno umano, ostenta la capacità delle menti degli uomini di piegare ai propri voleri la natura.
E’ senza dubbio forte l’impressione che questi ruderi destano in noi passanti, che per definizione siamo solo di passaggio. Perché loro sono ancora qui. Finestre vuote, fori nelle mura, mattoni ruzzolati giù per la collina, stanno a rappresentare il tempo, o almeno quello che per noi si chiama storia. Queste rovine sono l’ennesima conferma della cura e dello spirito d’eternità che possedeva i nostri padri. Nonostante tutto, ancora ci lasciano inermi, bocca spalancata, mano sulla fronte a proteggere lo sguardo dal sole, per osservare il tutto con la più puntigliosa minuzia, in cerca di qualche elemento sopravvissuto al tempo in grado di regalarci l’illuminazione, di proiettarci oltre la curva del tempo lì, faccia a faccia con i nostri antenati.
Particolare interesse desta in me Misilmeri, un paesino a pochi chilometri da Palermo. Questo centro abitato si è evidentemente formato attorno alle vestigia di un non poco imponente castello, oggi completamente raso al suolo ad eccezione di un muro perimetrale, lungo il quale si possono ancora vedere i tracciati delle scale che dovevano portare ad uno dei piani superiori. Ebbene, di tutta questa intuibile struttura, oggi non sopravvive altro che un muro, ancora fiero e alto sopra una montagna di macerie. Ma quello che desta la mia riflessione non sono i ruderi, pur molto frequenti in tutto l’entroterra siciliano, ma il paese che ha fatto di queste antiche macerie il proprio centro storico. Misilmeri. Un agglomerato di palazzine nel peggior stile anni settanta, sicuramente opera dei più disgustosi ghiribizzi dei geometri comunali che in quanto a peggio, certo non si sono risparmiati nulla. Palazzi costruiti sulla sabbia, già fatiscenti di cui a malapena si può intuire il colore originario degli intonaci, cominciati e mai terminati, con i pilastri di cemento armato protesi verso il cielo e sormontati da ferraglia arrugginita che sembrano urlare essi stessi inorriditi contro un dio che gli ha dimenticati. Portoni metallici con vetri a specchio, marciapiedi inesistenti e dove ci fossero, stretti non più di venti centimetri. Misilmeri, una città-civiltà cresciuta attorno ai resti di una città-civiltà ancora più antica, le cui tracce sono andate del tutto perdute.
Ma come può un popolo, una città, degli uomini, crescere, svilupparsi, costruire attorno ai resti distrutti del proprio passato? Costruire attorno alle proprie radici penzolanti nel vuoto, nel nulla, nella dimenticanza, nell’oblio? Costruire attorno un ricordo andato in cancrena, attorno ciò che hanno dimenticato e che non riconoscono più, per volontà o per inerzia, o peggio ancora per induzione? Non si può. Perché questa gente custodisce dentro di se, dentro le proprie case, dentro la propria città, il marciume da cui si vorrebbe essere lontani. Questa gente è cresciuta intorno al nulla, al vuoto. Qualcosa di cui non ricordano più il perché e il per come. Questi sono i frutti amari, provenienti da una terra arida: il meridione. E il suo male si chiama oblio.
Le società del passato, in particolar modo la società meridionale, erano società agricole, segnate dai ritmi lenti del lavoro nei campi. Erano società rigidamente stratificate, immobili, tutte raccolte attorno alla piazza del paese, alla chiesa, alla fontana, al palazzo comunale. Erano società che da secoli si rigeneravano sempre uguali a se stesse, nelle quali i valori, i ruoli, tutto rimaneva stabilmente solido e ancorato alle tradizioni. Nei villaggi, nei paesi, nei quartieri di città tutti conoscevano tutto, tutti si indicavano per nome, tutti si riconoscevano nei luoghi e nei rapporti che instauravano con le altre persone e con quei luoghi, la vita era una vita di comunità e nessuno era mai solo, se non in casi eccezionali: il monaco, il vagabondo, l’eremita. 
Questo sistema di valori, questi rapporti ovviamente si incrinano nel momento in cui la civiltà contadina viene aggredita dall’emigrazione, che non è un male che cade dal cielo, scardinando famiglie, villaggi, stravolgendo città, svuotando campagne, intere regioni, disperdendo irrimediabilmente un patrimonio collettivo di saperi e tradizioni. L’emigrazione non cade dal cielo, no! Non è una punizione divina, una punizione sì ma non divina, semmai umana, dei governi. Nulla sembra poter resistere all’emigrazione. L’uomo, rapito al suo “ambiente umano e naturale” viene catapultato in una realtà nuova, frenetica, anonima, mai stabile, nella quale è un nome scritto sulla porta, nella quale e costretto a spostarsi per sopravvivere, nella quale è un numero al banco di lavoro nella catena di montaggio, identificato con la sua funzione nella produzione, nella quale vale non per quel che è, ma per quel che produce, ed oggi ancora per quel che consuma.
Se volgiamo lo sguardo attorno, non è difficile constatare che a noi meridionali corrisponde davvero la mancanza di un collegamento, di un rapporto con le nostre radici. L’emigrazione non è una scelta di vita, ma una condizione cui qualcuno ci ha condannato escludendoci dal contesto umano. E’ un “mal comune”. E’ il male vero di ogni civiltà.
Le grandi città in cui andiamo ci rendono liberi, ma a che prezzo? Il prezzo della solitudine, il prezzo della negazione della nostra lingua, dei nostri dialetti, il prezzo del rifiuto della nostra identità, della vergogna di essere meridionali, per paura di essere appellati con uno dei tanti modi che la gente, di destra e di sinistra, comunemente usa per identificarci. Le grandi, pulite, ordinate città del Nord ci danno tutto questo e noi a nostra volta, ci scaviamo attorno un vuoto, che isola da tutti e da noi stessi, dalle nostre bellissime e semplici tradizioni, sprofondandoci nella noia, nell’apatia, in una condizione alienata nella quale si è perduto il senso della nostra antichissima società, eredità di svariate civiltà. Perché noi siamo gente semplice, pura, ed è proprio per questo che la lontananza dalle nostra terre, la lontananza dei nostri vicoli, la lontananza dai nostri costumi, (che non sono né meglio né peggio di quelli di qualsiasi altra parte d'Italia), ci rende prigionieri e malinconici. Paghiamo un prezzo così alto perché siamo semplici e forse ingenui.
In fondo, lo so, tutto ciò è quanto hanno detto molti altri prima di me e non aggiunge null’altro. Ma certo è, che prima di ripartire bisogna rendersi conto di volerlo fare, coscienti di volerci arrivare. Bisogna rendersi conto di quali siano i problemi da affrontare e ce ne sono tanti, tantissimi, molti dei quali dormono dentro noi stessi, ed è per questo che spetta a noi giovani, in un certo senso sfacciati e incoscienti, cominciare a ricostruire una trama, cominciare a ricucire la nostra società dilaniata. Tocca a noi fare tutto questo forse perché non ci rendiamo conto della grandezza dei problemi che ci circondano, ed è un bene. Questa è forse la condizione ideale per intraprendere un lungo “viaggio”. L’incoscienza, la freschezza, necessaria per non farsi schiacciare dal male che ci circonda e che teniamo dentro.

Marco Fortunato
Gioventù senza Ideali
Ultimamente registriamo sempre nuovi casi di violenze svolte da persone di giovane età o addirittura minorenni, ancora più sconvolgente è la frequenza in successione dei nuovi casi di cronaca che si sono susseguiti negli ultimi periodi. Giovane sedicenne uccide per gelosia due coetanei, ragazzo down aggredito e picchiato dai suoi compagni di classe, giovane modella muore per anoressia, senza contare gli innumerevoli casi di gioventù delinquenziale che ormai non termina più sui rotocalchi nazionali. Una futura classe dirigente in preda alla violenza? Niente affatto! Tale fenomeno che qualcuno può giudicare criminale, in realtà è un problema sociale in quanto esso è figlio della società odierna che semina falsi miti e modelli impropri.
Una società basata su canoni televisivi che non rispecchiano la realtà in cui si vive, dove l’avere è più importante dell’essere. Attraverso lo stereotipo velina, magra e sexi e calciatore bello e ricco, ogni giorno giovani ragazzi perdono di vista ideali come famiglia, amicizia, dignità personale e rispetto per adottare quelli di una società basata sulla bellezza fisica, sulla ricchezza economica o sulle furbate di qualche neo divo improvvisato. Se la società civile di oggi permette tutto questo, allora non si lamenti se questi miti di cartapesta si rivoltano nell'inconscio personale dei giovani, facendo fuoriuscire tutto il marcio che gli è stato consegnato.
Raccoglieremo domani ciò che seminiamo oggi.

Giovanni De Crescenzo

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