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Napoli e Palermo infuocano il Sud |
 Diciamoci
la verità, vedere una squadra di Calcio del Sud competere con le
grandi del Nord per titoli prestigiosi, fino ad ieri era un evento a
dir poco inconsueto. Eppure, nonostante il mondo del calcio moderno,
intrinsecamente tende a favorire sempre di più i grandi club a
discapito di chi possiede dei budget inferiori, negli ultimi tempi
assistiamo ad una vera e propria inversione di tendenza, ovvero le
“Strisciate” hanno un antagonista in più, un nemico
in casa se vogliamo, le squadre del Sud iniziano a Vincere!
Il fenomeno ha iniziato a svilupparsi più o meno quattro-cinque
anni fa, con i primi successi in Europa del Palermo e la promozione in
serie A del nuovo Napoli di Aurelio De Laurentiis. Qualcuno
obbietterà ricordandoci che nella seconda metà degli anni
’80 il Napoli di Maradona vinceva titoli in Italia ed in Europa,
giusto, ma quello è stato un caso isolato che vedeva coinvolta
una sola società, una sola città e non un’intera
aerea geografica come accade ora.
Alcuni giorni fa, il Palermo Calcio in una cornice di pubblico
strepitoso che vedeva lo stadio Olimpico di Roma interamente tinto di
Rosa-Nero, sfidava i campioni del mondo in carica dell’Inter
nella Finale di Tim Cup. Nonostante il risultato finale premiava gli
ambrosiani per 3-1, la squadra allenata da Delio Rossi usciva a testa
alta applaudita dal suo pubblico, poiché i rosa-nero hanno
espresso sicuramente un livello di gioco superiore ed una
maggiore energia propositiva, ma si sa il bello del calcio è
proprio questo, non sempre vince il più bravo in campo, il
“fattore C” possiede sempre un peso rilevante per le sorti
dell’incontro.
Al di quà del faro, due settimane fa, la città di Napoli
era in festa per essersi qualificata per la prossima Champions League,
il più prestigioso torneo calcistico per squadre di club e
pensare che fino ad aprile si parlava addirittura di vincere il titolo
nazionale. I successi dei partenopei non sono da considerare frutto del
caso o dell’incontro di strani eventi fortunosi, essi sono il
risultato di un lavoro meticoloso di una società che sta
crescendo nel tempo passata dalla “C alla Champions” in
solo sette anni, alla fine il lavoro paga.
Palermo e Napoli riescono ad affermarsi nel sistema del calcio
italiano, il quale è anche lo specchio dell’Italia (vedi
il caso Calciopoli) a differenza di città come Roma e Torino che
anche quest’anno pagano dazio. Anche se si cerca di sminuirlo il
Sistema calcio in Italia per prodotto interno lordo, rappresenta la
settima industria del paese e se le due maggiori città del Sud
Italia almeno nel calcio riescono ad affermarsi, possiamo dire che sta
avvenendo una piccola inversione di tendenza, forse dopo 150 anni
dall’annessione si inizia ad intravedere un principio di
unità e di uniformità di sviluppo.
Giovanni De Crescenzo |
| Restare al sud? Si, Ragazzi, si può! |
Riportiamo da: La Gazzetta del Mezzogiorno del 22 aprile 2011, un'importante riflesione di Lino Patruno.
Cosa suggerirebbe ai nostri
figli, di rimanere al Sud? Ardua risposta, visto che c’è stato chi ha
pubblicamente invitato i figli ad andarsene addirittura dall’Italia. E poi, inutile girarci attorno: se ne vanno ogni anno dal
Sud 80 mila giovani. Ovvio l’impoverimento del Sud, come sempre con
l’emigrazione. E l’emigrazione dall’800 in poi, dai bastimenti per terre assai
lontane alle valigie di cartone. Ora sono trolley e computer, ancóra peggio.
Si è calcolato che una laurea
costi a una famiglia meridionale 100 mila euro, tra iscrizioni, libri,
ricerche, pendolarismo, fitti. Si faccia una moltiplicazione. E si veda
quanto il Sud regala ogni anno al Nord. Perché quei ragazzi in un modo o
nell’altro poi producono per il Nord beni e servizi che il Sud acquista.
E li acquista pagandone anche il
prezzo del contenuto intellettuale, cioè l’istruzione già pagata dei loro
figli. Conclusione: il Sud paga due volte. Ma come si fa a dire ai figli di
passare dalla febbre della tesi di laurea alla depressione dei curriculum da
mandare ovunque? Questo Sud non è una terra per giovani, se uno su tre il
lavoro non lo trova. E peggio le donne. E anche le statistiche
sull’occupazione sono drogate da un dato inquietante ma invisibile: non appaiono
come disoccupati quelli che un lavoro ormai neanche lo cercano più. E si passa
per occupato anche se si è lavorato una sola ora. Allora, come si fa a dire ai
figli di rimanere?
Eppure, non è vero che non si
passa. “Yes we can”, si noi possiamo, è stato lo slogan con cui Obama ha
infiammato l’America che lo ha eletto presidente.
Piacerebbe dire, si il Sud può.
Ma poi c’e davvero un Sud il quale dimostra che si può. Si è svolto nei giorni
scorsi il Calabria Day, organizzato dal movimento “Io resto in Calabria” di
Pippo Callipo, il noto industriale alimentare che nella sua terra è rimasto e
cresciuto, e quanto cresciuto, nonostante intimidazioni che avrebbero potuto
scoraggiarlo.
Ora, basta attraversarla lungo la
famigerata autostrada Salerno-Reggio Calabria, per capire quanto questa
regione sia violentata da una politica assente se non volutamente assente.
Magari finchè i lavori non si concludono, ci sono soldi e lavoro. E poco male
che quella cicatrice purulenta sia l’ennesimo oltraggio anzitutto alla dignità
della gente, molto più nobile dell’immagine di sfascio e di putrefazione che
quei cantieri sempre aperti danno. Cosi il Calabria Day è stato una impressionante
dimostrazione di orgoglio e di coraggio.
Decine di imprese insospettate
per intraprendenza, inventiva, solidità a pochi passi dalla cicatrice. E
giovani, tanti bellissimi giovani che anch’essi hanno già detto “Io resto in
Calabria” forse più come un atto di fede che di speranza. Nessuno pretende
eroi, soprattutto se eroi devono essere gli altri. Ma occorrerebbe un Calabria
Day in ogni regione del Sud. E non per dar fiato alle trombe e tornare alla solitudine
e al silenzio il giorno dopo. Ma per conoscere ciò che non si vuol conoscere in
una Italia compiaciuta nel suo pregiudizio del Sud tutto monnezza e sprechi. E
per farlo conoscere anche a chi è più pronto a dimettersi dal Sud che a tentare
l’ultima volontà di lotta.
E’ insopportabile che il Sud
debba sempre rimediare con le sue migliori qualità umane alle peggiori
condizioni in cui è costretto a lavorare. Nell’ insufficienza di tutto ciò che
serve per poter competere con lo stesso suo talento poi altrove da tutti
riconosciuto. Una vita ad handicap. Capacità condannate all’esportazione
finchè per il Sud varrà la sentenza secondo cui “un uomo è ciò che le
circostanze gli consentono di essere”. Anche se una luce può venire da un
futuro di Internet.
Già ora molti lavori tradizionali
si sono trasferiti in Internet. Buona parte del commercio, una parte
dell’amministrazione, consulenze in qualsiasi campo, la comunicazione e l’informazione,
la manutenzione (la centralina dei comandi di casa su una chiavetta che può
essere riparata, mettiamo, da tecnici elettronici che sono in India). Questo
consente di operare facendo valere solo le proprie competenze senza che pesi
come prima il luogo più o meno attrezzato dal quale lo fai. Cioè si piò
rimanere a casa, a parità di condizioni, appunto, fra Nord e Sud. E col mondo
come scenario.
E’ una ulteriore spinta per il
“Si noi possiamo”. Per bloccare l’emorragia degli 80 mila l’anno. I quali
spesso prendono il posto di quelli che al Nord partono anch’essi per andare
all’estero. Un Paese in fuga incontrollata. Ma soprattutto un Sud in cui
occorre spezzare la catena dei vecchi che muoiono, dei giovani che vanno via,
dei bimbi che non nascono. Che lo squillo sia venuto proprio dalla regione più
dimenticata, può essere una retorica o una iniezione di fiducia. Questa è per ora
la risposta a chi chiede se suggerire ai figli di rimanere o no.
A proposito, ci chiedono anche a
chi dare il 5 per mille. Ovvio: a meridionali.
Lino Patruno
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| Lettera aperta ad Oscar Giannino |
Gentile dott. Giannino,
ho seguito con grande interesse la puntata de “le nove in
punto” di qualche settimana fa, in cui trattavate il tema dei
festeggiamenti per i 150 anni dell’unità d’Italia,
con il ministro Meloni e l’on. Salvini.
Mi sarebbe piaciuto intervenire al tempo ma non sapevo come fare. So
che oggi, data X, farete una puntata a tema, e pertanto mi permetto di
inviare un mio commento. Il mio nome è Pasquale Farina, vivo a
Milano ma sono della provincia di Caserta. Ho apprezzato molto, da
meridionale, lo spazio che è stato offerto, in quella puntata,
ad una rilettura della faccenda risorgimentale e soprattutto al
riconoscimento, se pur marginale, delle ragioni delle popolazioni del
Sud. La posizione del meridione d’Italia nei confronti di quel
momento storico, a mio avviso, è sicuramente diversa da quella
che si è continuata a propinare negli anni dalla storiografia
ufficiale. È inaccettabile che non venga offerto il diritto ad
un popolo, se pur vinto, di riconoscersi nella dignità del
proprio passato e dei propri eroi. Son pur sempre eroi i soldati
meridionali che hanno dato la vita sino all’ultimo giorno per
difendere il proprio paese; son pur sempre morti le migliaia di persone
massacrate nel meridione tra il 1860 e il 1867; i paesi interi rasi al
suolo come Casalduni e Pontelandolfo sono un pezzo doloroso della
nostra storia; le deportazioni nelle carceri di Fenestrelle e le
esecuzioni sommarie fatte dai soldati Piemontesi sono una vergogna che
non puoi cancellare solamente facendo finta di niente. Un paese
incollato con il sangue non lo puoi tenere insieme con la retorica.
L’unica soluzione è un gesto di onestà e, dopo 150
anni, ridonare alle genti del Sud la verità. Solo in questo modo
si potrà avere un popolo unito, se è questo che si vuole,
dove tutti hanno pari dignità e sono sullo stesso piano.
Altrimenti avremo sempre un stato unico con popoli diversi. In ogni
caso non mi dilungo sull’aspetto storico e politico della
vicenda, dico solo che ho apprezzato anche le parole di Salvini in
merito. È paradossale che sempre più spesso io debba
sentire proprio gli esponenti della Lega prendere le posizioni dei
popoli meridionali, e viceversa non cogliere alcun cenno in tal senso
da parte dei politici del Sud. Questo la dice lunga, aimè!
La
cosa su cui invece non mi trova d’accordo con quanto detto nella
scors trasmissione, è la faccenda economica. Ovviamente la mia
stima nei suoi confronti ed il riconoscimento della sua preparazione in
tema di economia non vengono meno, ma mi permetta di dissentire con la
sua analisi sulla situazione economica pre-unitaria. La tesi che si
è voluta sempre far passare è quella che vedeva un Sud
arretrato e povero da prima dell’unità e che, nonostante
l’unità, il gap non si è colmato. Mi dispiace far
notare che il gap invece si è creato proprio dopo
l’unità. Al momento dell’annessione circa il 40% del
PIL dell’intera penisola Italiana veniva prodotto al Sud, nel
quale abitava circa il 40% della popolazione italiana. Dunque il
reddito procapite al Sud era più o meno lo stesso degli altri
stati pre-unitari. Questo lo hanno dimostrato molto approfonditamente
anche Vittorio Daniele e Paolo Malanima ne “il prodotto delle
regioni ed il divario nord e sud (1861 – 2004). Lo stesso Ricolfi
nel suo libro (già che è stato citato da Salvini), in un
paio di punti ammette che “forse” il divario tra Nord e Sud
prima non c’era. Ed è tutto dire, non trova?
Le vorrei ricordare che, se anche in maniera timida nei confronti di
Inghilterra e Francia, i primi passi concreti verso una
industrializzazione (intesa come grandi industrie) in Italia si
facevano proprio nelle Due Sicilie. Io sono di Piedimonte Matese e nel
mio paese esisteva una azienda tessile (Cotonificio degli Egg) che
contava 2028 dipendenti quando la più grande al Nord (nel
comasco, se non erro) ne contava 414. Nel 1849 il Piemonte, che
iniziò a costruire le prime strade ferrate, comprò 7
locomotive dalla fabbrica di Pietrarsa perché loro al tempo non
ne costruivano. Dai cantieri di Castellammare uscivano navi tra le
più potenti e moderne dell’epoca e la prima nave a vapore
messa in mare fu proprio duo-siciliana. Sono tanti gli esempi che si
possono fare. I primati nel campo scientifico, economico e culturale
delle Due Sicilie sono noti (anche se ben nascosti) e non sono poca
cosa. Certo, ripeto, l’Italia tutta era ancora debole rispetto
alle potenze industriali dell’epoca ma, non certamente il Sud era
il più estraneo a tale rivoluzione.
Se non si è d’accordo su questo non si è
d’accordo su nulla. Al di là della faccenda politica del
risorgimento, quello che mi importa è che si recuperi proprio la
verità sulla situazione economica. È da lì che si
comprendono tante cose e nascono le migliori domande. Soprattutto si
capiscono tante situazioni presenti. Non si dice mai che il ducato,
moneta del Regno delle Due Sicilie, valeva 4,25 Lire, e questa non
è una opinione. Ora, non bisogna essere un esperto di economia
per capire che se la moneta di un paese vale 4 volte quella di un altro
paese una ragione ci sarà. Non si può pensare che un
paese sottosviluppato abbia una della monete più forti a livello
internazionale, al di là di tutti i meccanismi tecnici. Lo
capirebbe chiunque, dunque si preferisce non dire. Si preferisce non
dire che la ricchezza presente nel Banco di Napoli al momento della
conquista era maggiore del totale di quella di tutti gli altri stati
pre-unitari messi insieme (considerando anche Venezia e Roma che non
erano ancora dentro). Si preferisce non dire che il primo parlamento
“italiano” (chiamiamolo così) che si riunì
nel 1861 fece un censimento sull’occupazione negli stati
pre-unitari e risultò che al sud l’occupazione
nell’industria era più alta che al nord e che al sud quasi
non esisteva la disoccupazione. Si è preferito e si continua a
preferire il non dire. Dunque io oggi cosa dovrei festeggiare, il non
detto? Da meridionale, me lo dica lei, cosa avrei da festeggiare? I
morti, le stragi, gli insulti, le menzogne, le industrie fatte
chiudere, l’emigrazione, la consegna delle mie terre alle mafie,
le economie del sud distrutte, il disprezzo? Cosa dovrei festeggiare?
Io vivo al nord ed adoro le persone del Nord e mi dispiace di non poter
festeggiare oggi con loro abbracciandoli e dicendogli
“auguri” con sentimento e convinzione. Ma non per colpa
loro, ma per colpa di tutto questo. La verità! Un gesto di
verità, non solo nel raccontare le cose del passato, almeno ai
nostri figli, ma anche nel comportamento dello Stato nei confronti del
Sud. Dalla verità possiamo ripartire e festeggiare, magari a
200, tutti insieme l’Italia unita.
Grazie mille
Pasquale Farina |
| Il Pallone del Fare |
F.A.R.E.
, ovvero acronimo di “Football Against Racism in Europe”
è lo slogan che l’U.E.F.A. ha adottato per abbattere il
razzismo all’interno degli impianti sportivi in tutta Europa. Ma
al “Pallone del Fare” è proibito rimbalzare su campi
di calcio italiani. Poiché finchè si tratta di stupidi
episodi che colpisco calciatori come Eto’o, Balotelli o Zuniga,
allora scattano prima le denuncie e poi le ammende, ma quando i
destinatari dei cori razzisti sono i Napoletani, allora il
“Pallone del Fare” si affloscia inesorabilmente.
“Vesuvio, lavali col Fuoco”. Dallo Stadio Olimpico di Roma
è arrivata in tutte le case sintonizzate sull’incontro
Lazio-Napoli, più forte che mai, l’esortazione al vulcano.
Dov’è la novità? Ormai siamo abituati. Ed è
proprio questo il problema. Ignorare il razzismo significa accettarlo.
Nonostante ciò, il direttore dell’incontro Lazio-Napoli,
il Sig. Mauro Bergonzi di Genova, non ha ravvisato gli estremi per la
sospensione temporanea della gara, ed ancora una volta, il Capitano del
Napoli Paolo Cannavaro, a cui spettava il compito di richiedere
all’arbitro la sospensione della gara in simili situazioni, ha
perso nuovamente l’opportunità per avvalersi dei suoi
diritti, nonostante le molteplici segnalazioni ricevute.
Quella contro i partenopei è una forma di razzismo da stadio
esistente, ma evidentemente legalizzato. Ricordiamo i tantissimi
striscioni razzisti comparsi durante gli incontri Inter - Napoli o
Verona – Napoli come “Napoli Fogna d’Italia, Hitler
con gli Ebrei anche i Napoletani e Basta con i Massacri in Bosnia
facciamoli a Napoli” e da quest’anno il razzismo anti
partenopeo approda anche in Inghilterra, dove durante l’incontro
di Europa League Liverpool - Napoli i tifosi inglesi esibiscono lo
striscione “Lavatevi con acqua e Sapone”.
Eppure le nuove norme della Federcalcio che regolano le
“Responsabilità per Comportamenti Discriminatori”
parlano chiaro: “le società sono responsabili per
l’introduzione o l’esibizione negli impianti sportivi da
parte dei propri sostenitori di disegni, scritte, simboli, emblemi o
simili, recanti espressioni di discriminazione. Esse sono
altresì responsabili per cori, grida e ogni altra manifestazione
espressiva di discriminazione che comporti offesa, denigrazione,
incitamento all’odio o insulto per motivi di razza, colore,
religione, lingua, sesso, nazionalità, origine territoriale o
etnica, ovvero configuri propaganda ideologica vietata dalla legge o
comunque inneggiante a comportamenti discriminatori. In caso di
manifestazioni e cori razzisti, l’arbitro ha la facoltà di
sospendere temporaneamente la partita in corso e, nel caso di
atteggiamento razzista prolungato, anche la discrezione di fischiare la
conclusione anticipata della gara”. Quindi l’invocazione al
Vesuvio si configura chiaramente come una discriminazione razziale e un
incitamento all’odio. Ricordiamolo ignorare il razzismo significa
accettarlo e Paolo Cannavaro prenda esempio da Marco Andrè Zoro
del Messina, primo ed unico calciatore che ha osato ribellarsi a cori
razzisti in Italia, dando una lezione di civiltà alla nostra
italietta.
Giovanni De Crescenzo |
| Manifestazione Anti Lombroso |
 Sabato 8 Maggio 2010 si è tenuta la prevista
manifestazione contro il Museo di Antropologia Criminale Cesare
Lombroso, alla quale oltre al Movimento di Insorgenza Civile che ha
organizzato l'evento, hanno partecipato la nostra Associazione, il
Partito "per il Sud", Comitati Due Sicilie, Azione e Tradizione,
Partito del Sud, l'Associazione EVIS e tanti altri figli del Sud.
All'ingresso del Museo Lombrosiano è stato posto un mazzo di
fiori per l'incivile esposizione dei resti di centinaia di insorgenti
del Sud, marchiati come delinquenti e briganti, ma colpevoli solo di
morire combattendo per la loro terra durante l'occupazione militare
piemontese 1861.
Il corteo di protesta ha potuto anche esprimere nella città di
Torino la nostra contrarietà alle celebrazioni risorgimentali,
accompagnato da un nutrito drappello di poliziotti che, neanche a
dirlo, erano praticamente tutti meridionali. Per la prima volta dopo
150 di malunità un cospicuo numero di Meridionalisti si sono
ritrovati nella "Tana del Lupo" a manifestare contro l'ennesimo
sfreggio subito dalle popolazioni del Sud Italia.
La nostra Associazione ringrazia tutti i partecipanti i quali un domani potranno dire ad alta voce:
l'8 Maggio a Torino io c'ero!
Giovanni De Crescenzo |
| Lo scippo di Zaia |
Che
bel regalo in arrivo per Foggia e per tutto il Sud, da parte di questo
governo Tosco-Padano. L'Agenzia Nazionale per la sicurezza alimentare
che nella scorsa legislatura era stata localizzata in Capitanata,
precisamente nella città di Foggia, ora potrebbe prendere altra
destinazione, quale? Il Veneto naturalmente, così come ha
promesso in apertura della sua campagna elettorale l'attuale Ministro
dell'Agricoltura, Luca Zaia della Lega Nord.
L'esponente leghista è peraltro candidato per il centro destra
alla guida del governo della Regionale Veneto e tra i diversi obiettivi
della sua campagna elettorale figura anche quello del trasferimento
dell'importante presidio da Foggia in una città veneta, molto
probabilmente Verona, la quale all'epoca anch’essa
presentò un voluminoso dossier a sostegno della sua candidatura.
C’è poco da meravigliarsi per tale scelta politica,
poiché gia al tempo il Ministro fu tra i più polemici
quando maturò la scelta di collocare l'Agenzia in una
città del mezzogiorno, scelta che poi cadde su Foggia.
Zaia protestò duramente e non è un caso che quando
divenne Ministro dell'Agricoltura il progetto si sia del tutto
insabbiato tra mille meandri burocratici e partitocratici e che
l'Agenzia non sia mai decollata del tutto. Prima vi fu la revoca dei
finanziamenti già concessi dalla Legge Finanziaria del 2008,
succesivamente si notò un atteggiamento chiuso ed ostile da
parte di questo Governo Tosco-Padano che evidentemente premeditava un
preciso piano strategico ed una precisa volontà politica volta
alla sottrazione dell’Agenzia alla città di Foggia.
A differenza di altre occasioni occorse in passato, questa volta sembra
che la classe politica pugliese si stia svegliando veramente,
poiché il Consiglio Regionale ha votato all'unanimità un
ordine del giorno, con cui si impegna ad intervenire sul Governo
Nazionale affinché resti a Foggia la sede individuata per
l'Agenzia Nazionale per la sicurezza alimentare.
Un Paese che si definisce civile, ma soprattutto leale verso i suoi
cittadini, se in passato sceglie Parma ed il suo distretto
agroalimentare per l’ubicazione dell’Autorità
Europea per la sicurezza alimentare, al fine di garantire un equo
sviluppo del Paese e di distribuire in maniere uniforme le ricchezze
che il Paese possiede, allora non può scegliere Verona come sede
dell’Agenzia Nazionale per la sicurezza alimentare, ma ha un
dovere deontologico di collocare tale struttura nel mezzogiorno
d’Italia.
Ma si sa queste sono solo parole, la realtà e che questo Governo
che pare oggi sempre più succube delle scelte politiche leghiste
non è molto dissimile da quelli del passato quando si tratta di
derubare il Sud.
Giovanni De Crescenzo |
| Gaeta chiede i Danni ai Savoia |
Il
Sud chiede il risarcimento danni a casa Savoia per i crimini di guerra
commessi durante le guerra del 1860-61? Ebbene sì, sta accadendo
proprio questo. Il Consiglio Comunale della città di Gaeta lo
scorso 6 Dicembre, promotore dell’iniziativa l’Assessore
comunale Antonio Ciano, persona che tutti noi conosciamo ed ammiriamo
per il suo lungo lavoro di recupero delle verità storiche legate
alla conquista del SUD da parte dei Savoia nel 1860/61, ha approvato la
delibera per richiedere i danni di guerra subiti dalla città
durante l’assedio del 1860-61.
Gaeta li ha chiesti alla famiglia Savoia e l’importo si aggira
intorno ai 220 milioni di euro, corrispondenti a 2 milioni di lire
dell’epoca.
Il primo cittadino di Gaeta Antonio Raimondi motiva così la
richiesta: "La caduta di Gaeta, avvenuta il 13 febbraio 1861, è
l’emblema della situazione del Sud Italia, quella data segna la
nascita della Questione Meridionale che dura ancora oggi. Gaeta ha
pagato un prezzo altissimo per essere stata la Fedelissima del Regno
delle Due Sicilie. Nel novembre 1860 la città ha subito una
guerra non dichiarata che ha causato grandissimi danni, come si
può leggere nelle cronache dell’epoca e nei documenti
ufficiali del decurionato. Non si tratta di nostalgie borboniche, ma di
un atto di giustizia storica. I danni del 1861, quantificati
all’epoca in 2 milioni di lire, corrispondono a circa 220 milioni
di euro, chiediamo questa cifra per rendere giustizia alle tante
vittime civili e militari, per dare seguito alle medesime richieste dei
nostri amministratori indirizzate al Parlamento tra il 1861 e il 1914 e
per dare a Gaeta quello sviluppo che non ha mai potuto avere a causa
dell’indisponibilità dei suoi beni e del suo territorio".
Casa Savoia naturalmente, replicando in perfetto stile omonimo, giudica
demenziale la richiesta dell’assessore, poiché
l’assedio non fu di casa Savoia, ma dello Stato italiano.
Noi non sappiamo come la vicenda giudiziaria finirà e quando
finirà, ma sta di fatto che il 6 Dicembre 2008 sarà
ricordato come il giorno del cambiamento, poiché è
avvenuta una svolta, Gaeta, che rappresentò l’estremo
legittimo baluardo della difesa di uno Stato Autonomo ed Indipendente
che ieri si chiamava Due Sicilie e oggi in qualità di appendice
d’Italia “Sud”, “Mezzogiorno” o
“Meridione”, chiede ufficialmente giustizia per i
torti subiti.
Speriamo che Antonio Ciano e il Sindaco Antonio Raimondi riescano
nell’impresa di risarcimento. E se proprio non si vedranno denari
poco importa, ma almeno che siano i giusti onori e riconoscimenti che
facciano sentire ancora nei cuori dei meridionali sparsi nel mondo il
sentimento di appartenenza ed il desiderio di lavorare insieme per il
rinascimento delle Due Sicilie.
Gaeta resiste ancora!
Giovanni De Crescenzo |
La Questione Settentrionale
|
Uno
degli argomenti sempre più spesso evocati nella cronaca
politica, nei dibattiti radio televisivi, nei congressi dei partiti e
degli industriali di questi ultimi tempi è la così detta
“questione settentrionale”. Ma cos’è davvero
la “questione settentrionale”?
A partire degli anni Ottanta iniziò a manifestarsi in maniera
sempre più evidente la mai sopita insofferenza del Nord
produttivo, protagonista della trasformazione del Paese in una delle
economie più sviluppate del mondo, verso l’inefficienza
della macchina dello Stato e l’enorme spreco di risorse pubbliche
inghiottite da mille rivoli burocratici.
Su questa insofferenza la Lega Nord era destinata a costruire la
propria fortuna, ponendosi come interprete delle istanze di un popolo
di piccoli imprenditori stanchi di vedere sperperato il frutto del
proprio lavoro senza ricevere nulla in cambio. In un sistema
così impostato, il protrarsi della questione meridionale, con le
conseguenti politiche (più o meno efficienti) orientate
alle esigenze di una determinata parte del Paese, vedeva specularmente
il nascere di una non meno scottante questione settentrionale. Tali
rivendicazioni, in realtà, nascevano in un momento
particolarmente favorevole dell’economia italiana: il fenomeno
Nord-Est, Milano “capitale morale” e metropoli europea, il
modello emiliano... Per questo esse rimasero per diversi anni ai
margini del dibattito pubblico, mentre l'affermazione della Lega non
andava oltre pochi piccoli comuni lombardi e veneti.
Gli anni Novanta segnarono la svolta: l’inchiesta Mani Pulite,
mettendo finalmente in luce le distorsioni del rapporto
economia-politica in Italia, causò la crisi dei grandi partiti e
delle grandi imprese. Il meccanismo di protezione e reciproca
assistenza che muoveva il sistema Italia crollò su se stesso,
travolgendo un intero schema di valori e la stessa immagine che il
paese aveva di sé. Questo rivolgimento ebbe l’effetto di
portare alla ribalta nuove forze politiche e sociali che fino ad allora
erano rimaste ai margini: tra i partiti che più si
avvantaggiarono di questa situazione ci fu la Lega Nord, che nel
volgere di pochi anni si trasformò da movimento di protesta
scarsamente considerato a reale forza di governo, prima, nel 1994, con
la breve parentesi berlusconiana e successivamente nel 2001 con
l’alleanza strategica con la Casa delle Libertà che ne
segnò il definitivo arrivo alle varie stanze dei bottoni.
Parallelamente l’attenzione dell’opinione pubblica si
concentrava verso una nuova ed eterogenea schiera di piccoli
imprenditori che suggerivano l’idea dell’affermarsi di
nuovi valori e modelli di fare impresa.
Il successo delle piccole e medie imprese cresciute fuori dai circoli
della grande finanza e impostesi sui mercati internazionali alimentava
la speranza di un nuovo sistema economico finalmente non più
"dopato" dalla contiguità con il sistema politico, a maggior
ragione dopo che le privatizzazioni non avevano prodotto l'atteso
risultato di aprire il mercato a nuovi competitori.
A questo punto la Questione Settentrionale era pronta per essere
rispolverata, più nuova che mai, attraverso una accurata
“campagna di sensibilizzazione”, sostenuta e caldeggiata da
giornali e giornalisti (miracoli dei finanziamenti pubblici), mirata a
farle acquisire una rilevanza propria: da tema di una parte politica
minoritaria del paese a problema nazionale.
Le ultime elezioni hanno messo in evidenza quanto questo tema sia
fondamentale per definire le relazioni tra la politica e classi
produttive: l’inadeguata rappresentanza che il centro sinistra ha
ottenuto in Lombardia e in Veneto, le Regioni che oggi guidano
l'economia nazionale, ne è la prova.
Ciò che le imprese di queste due Regioni imputano alla politica
nazionale è di non sostenerle adeguatamente. A ben guardare,
ciò che esse chiedono non è innovazione, ricerca,
formazione, la messa a punto di un sistema realmente competitivo;
più semplicemente, chiedono di versare meno e ricevere di
più o, meglio ancora, che le tasse rimangano nel territorio in
cui vengono versate. La loro idea di competitività non si basa
su un'effettiva modernizzazione del nostro sistema economico, con il
superamento delle storture e degli squilibri che lo hanno fin qui
caratterizzato, quanto piuttosto sulla conservazione delle posizioni
conquistate, attraverso un nuovo patto tra potere economico e potere
politico; magari pensando, con un pizzico di nostalgia, ai tempi della
"Milano da bere".
Ciò su cui nessuno sembra interrogarsi è quali siano i
reali rapporti tra un sistema tanto squilibrato (dopato) e lo sviluppo
di una sola parte del Paese nel corso di tutto il Novecento, mentre
l'altra veniva progressivamente ridotta a pesante rimorchio capace di
produrre solo spesa pubblica e carne da cannone. Rimane da stabilire
chi abbia davvero sostenuto i maggiori costi di un sistema così
impostato, questione sulla quale a nostro avviso da troppo tempo
permane un clamoroso equivoco: ed è precisamente su
quest'equivoco che si fonda la Questione settentrionale.
Marco Fortunato - Luigi Costantino |
| Jatevenne Day |
Nonostante
il Presidente del Consiglio da un po’ di mesi a questa parte non
faccia altro che ripetere che l’Emergenza Rifiuti a Napoli
è stata risolta, sabato scorso si è tenuto il
“Jatevenne Day”, manifestazione organizzata dalla
società civile di Chiaiano che si oppone all’apertura
dell’ennesima discarica all’interno della stessa area
geografica.
Scopo della manifestazione, oltre a quello già citato di
opposizione all’apertura della nuova discarica, è quello
di porre una mano alle istituzioni per cercare soluzioni alternative
per un problema che non riguarda solo la provincia napoletana, ma che
si è già allargato a dismisura ben oltre i confini
citati. Alla manifestazione hanno partecipato, oltre alla popolazione
locale, anche il primo cittadino di Marano ed alcuni Onorevoli
Parlamentari della Repubblica Italiana.
Per impedire questa libera manifestazione di protesta, che proprio non
è piaciuta al Governo, è stata impegnata una vera Task
Force di agenti di polizia che con diverse centinaia di agenti in
tenuta anti sommossa, 63 mezzi tra autovetture, svariate camionette e
perfino un elicottero hanno tenuto sotto controllo i manifestanti. La
forza pubblica per sedare la ”sommossa popolare” ha operato
prima due cariche di alleggerimento cui è seguita una vera e
propria carica violenta che ha coinvolto nello scontro, in modo
indiscriminato, anziani e bambini presenti al corteo.
Nonostante i tafferugli di piazza, nonostante sia stata impedita una
libera manifestazione dei cittadini, nonostante siano stati calpestati
i principi della Costituzione della Repubblica Italiana, nonostante la
mano tesa dei cittadini sia stata colpita dal manganello dello stato,
nonostante tutto ciò, i media nazionali non si sono soffermati
su tale evento, segno inequivocabile che oggi come oggi, nel “bel
paese”, l’informazione pubblica resta ancora qualcosa di
astratto, qualcosa riservato soltanto a pochi.
Allora a questo punto noi dell’Associazione Giovani per il Sud ci
chiediamo fino a che punto le popolazioni meridionali dovranno
sopportare soprusi ed ingiustizie, fino a che punto il Sistema Italia
dovrà continuare a drenare risorse dal Sud per impedirne il
fisiologico sviluppo, fino a che punto sarà sostenibile questa
situazione.
Riflettete cari signori del potere, poiché la pazienza non sarà mai eterna.
Alle popolazioni di Chiaiano va tutta la nostra solidarietà.
Giovanni De Crescenzo |
| Thank You Matteo |
Sabato
sera sono andata a vedere Gomorra. Ho voluto capire come il buon
Garrone si è intrufolato tra la mia gente. Si perché
quella lì è la mia gente. Nasco e cresco in una famiglia
e in un quartiere del tutto normali. Non mi manca nulla: scuola, sport,
amici, il motorino, le uscite, i concerti, l’amore per gli
animali da poter coltivare, passeggiate con il sapore di mare in bocca.
Ho gli occhi pieni di mare io. Sono solare, appassionata e mi sento
molto amata. Domenica si va al parco, prima con papà in bici o
coi pattini, più tardi con l’amica del cuore per parlare
di sogni e di ragazzi. Il sabato sera c’è la discoteca, la
più grande della città è a tre minuti da casa mia.
Ci vado con Giuliana, con Alessandra, Fabiana e tutti gli altri.
Giuliana abita nello stesso edificio del megalocale, al piano di sopra.
Lei non esce dal bagno dopo il trucco, dice che si infila nella tazza,
tira lo sciacquone e si ritrova al centro della pista. Lo racconta a
tutti. All’uscita, verso l’una di notte torniamo tutte a
casa a piedi. La città ci protegge, i marciapiedi ascoltano le
nostre parole, le nostre risate. Non abbiamo paura. Con i miei andiamo
a teatro, alle feste, in vacanza a Sorrento. Papà ha una
pazienza infinita, mi accompagna ai concerti, alle feste fuori
città, e si fida un sacco di me. Nonostante le crisi
esistenziali, le tappe a volte dolorose della crescita, una malinconia
che da sempre mi ha accompagnato, mi ritengo davvero fortunata.
Fortunata soprattutto perché vivo in uno dei posti più
affascinanti del mondo. Posso andare al mare quando voglio, posso
ammirare le barche, dai finestroni della scuola vedo un panorama che
mozza il fiato. Quanta storia posso respirare nel centro storico. E poi
c’è Maradona, il calciatore più forte di tutti i
tempi. E con papà e Ale ci vado allo stadio, ho anche
l’abbonamento. Edoardo con Natale in casa Cupiello ogni anno ci
costringe sul divano davanti alla tv. Che bella quella Napoli antica e
malinconica.
E’ vero ogni tanto sento dire “Napoli è un disastro,
qui ognuno fa quel che vuole”. Il mio istruttore di guida mi
insegna come si sta al volante e le norme del codice della strada. Ma
poi aggiunge che sono obbligata a rispettarle per un tempo
pressochè limitato: “basta che passi l’esame, poi
fai il cavolo che vuoi perché in questa città nessuno
rispetta le regole”. E’ vero c’è traffico,
ogni tanto incontri qualche brutta faccia, senti dire di qualche
scippo. E bravi i maestri, quelli che devono insegnarti la differenza
tra il bene e il male. Brunella è bella, alta e lentigginosa, ed
è un animo sensibile. Noi due ci capiamo al volo. Per tanti noi
siamo “le belle della classe”. Ma non ci facciamo caso, la
bellezza che percepiamo reciprocamente non è visibile
all’occhio altrui. Ci scambiamo i diari in classe, ci sentiamo
vicine, eppure lei mantiene un certo distacco. Ha gli occhi che ogni
tanto tradiscono una sorta d’inquietudine. Spesso mi dice questa
frase“ tu sei del Vomero, non puoi capire”. Brunella
è fidanzata con Fabio, anche lui frequenta la nostra scuola.
Fabio è del suo quartiere, e per la verità non so quale
sia, una volta le ho sentito dire “ vengo dal
onehundredsixty-seven”. Boh. Insisto per studiare insieme a lei,
e un giorno finalmente accetta. Dammi il tuo indirizzo che lo dico a
papà: Via Roma verso Scampia. Isolato K, 14° piano.
Papà mi accompagna senza fare commenti, e ancora oggi lo
ringrazio per questo. L’incontro con l’altra faccia della
città è sconvolgente: palazzi altissimi, strade deserte,
gente in 3 o 4 sui motorini, tutto lercio, abbandonato. Un paesaggio
deprimente. Non si vede un bar, un’edicola, le macchine
sfrecciano alla velocità della luce. I pedoni, i pochi, si
perdono in quegli spazi infiniti. C’è un’atmosfera
surreale. Brunella mi fa affacciare dalla finestra della sua stanza:
“ lo vedi quello lì? È Fabio.” Non capisco,
è sotto un albero con un paio di tizi. Che fa? “ Fa
qualcosa che non ti ho mai detto. Lui è un drogato. E ora sta
spacciando.” Mi sento di morire, ho paura. Dove sono capitata?
Voglio tornare a casa. Brunella mi tranquillizza, mi sorride e mi dice
che non mi succederà nulla. Ma io non ci credo. Tua madre lo sa?
No, ma lo odia. E tu? Io lo amo. Torno a casa con un senso
d’angoscia mai provato prima. Si è aperta una strada verso
la scoperta di un mondo che ignoravo integralmente. Brunella ha
abortito due volte. Ci siamo diplomate e non l’ho più
vista.
Sono passati 15 anni da quel pomeriggio. E da allora il senso
d’appartenenza alla mia città è totale e
totalizzante. Per me quello è stato semplicemente
l’inizio. Non mi sento diversa da quelli che abitano
“nell’altra faccia” della città. Le cose sono
indubbiamente cambiate, peggiorate. Oggi non camminerei più da
sola alle tre di notte. Ma è un fatto puramente razionale,
perché l’istinto mi dice che questa e casa mia e non
potrà mai accadermi nulla. L’anno scorso un tipo mi
è entrato in macchina e mi ha costretto a percorrere lo stradone
di Pozzuoli per oltre 3 chilometri. Mi puntava la mano in un fianco ma
io con la coda nell’occhio avevo visto che non era armato. Mi
prende soldi e cellulare. Mi dice di fermarmi, mi dice di stare zitta e
di volare via non appena fosse uscito dall’auto. E così ho
fatto.
C’è poco da fare, le cose che ci spaventano di più
sono quelle che non conosciamo. In quell’occasione ho mantenuto
una freddezza e una calma che se ancora oggi ci penso troppo corro
dallo psicologo per farmi spiegare cos’ho di anormale. Tre
quattro minuti infiniti. Minuti nei quali io pensavo sempre alla stessa
cosa: perché questo ragazzo è arrivato a questo?
Perché si ridotto così? Di chi è la colpa?
Negli anni mi sono sempre chiesta di chi è la colpa e da un
po’ di tempo la risposta è sempre la stessa. Sono
cresciuta, forse ho capito. Io credo di conoscere le verità ed
è per questo che ho la stessa tensione, la stessa rabbia, di chi
è nato a Secondigliano, ai Quartieri, o nei vicoli di Forcella.
Il mio destino forse è diverso, ma io sono come loro. Il libro
della “mia gente” è uno solo e io ci sono dentro,
fino al collo.
Grazie Garrone per avermi aperto di nuovo la finestra della stanza di Brunella.
Indemoniata
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| Frammento di un Viaggio in Sicilia |
 La
strada s’inerpica per nudi fianchi di montagne, attraversando
vertiginosi viadotti che solcano rupi scoscese esposte a forti raffiche
di venti africani che sgretolano le rocce fino a farle franare. Qui
nulla è stato creato per durare anche se tutto sembra immoto. In
realtà le cose cambiano. Basterebbe ritornare qui tra un anno
per vedere qual’è la vera forza di questi spiriti
tellurici che muovono la terra in un procedere silenzioso. La strada
è la S189, collega Agrigento a Palermo che poi, al bivio per
Catania, diventa S121. Consiglio a tutti questa strada perché
è un percorso dell’anima.
L’africa da queste romite valli dista non più di quanto
è capace un temporale di trasportarne la sabbia dei suoi deserti
e non si userebbe un eufemismo a dire che sia più
“vicina” che “lontana”. Qui si coltivano le uve
Catarrato, Grillo, Damaschino, Perricone, uve che in queste aride e
profonde gole trovano ancora, non si sa come, quel giusto sostegno di
minerali, sali e acqua che, tutti insieme, confluiscono nella gustosa
armonia del vino Marsala, prelibatezza di queste terre. Lungo questa
strada si susseguono sfarzose le masserie, e rovine vetuste, allocate
in posizioni alquanto originali come cime di monti o fiancate scoscese
di colline disabitate, poggiano le loro fondamenta come se mura e torri
fossero opere fortuite, sputate fuori dalle viscere della terra in
seguito a qualche sconvolgimento tellurico. Opere di un disegno preciso
o casualità naturale, la loro impronta, propria
dell’ingegno umano, ostenta la capacità delle menti degli
uomini di piegare ai propri voleri la natura.
E’ senza dubbio forte l’impressione che questi ruderi
destano in noi passanti, che per definizione siamo solo di passaggio.
Perché loro sono ancora qui. Finestre vuote, fori nelle mura,
mattoni ruzzolati giù per la collina, stanno a rappresentare il
tempo, o almeno quello che per noi si chiama storia. Queste rovine sono
l’ennesima conferma della cura e dello spirito
d’eternità che possedeva i nostri padri. Nonostante tutto,
ancora ci lasciano inermi, bocca spalancata, mano sulla fronte a
proteggere lo sguardo dal sole, per osservare il tutto con la
più puntigliosa minuzia, in cerca di qualche elemento
sopravvissuto al tempo in grado di regalarci l’illuminazione, di
proiettarci oltre la curva del tempo lì, faccia a faccia con i
nostri antenati.
Particolare interesse desta in me Misilmeri, un paesino a pochi
chilometri da Palermo. Questo centro abitato si è evidentemente
formato attorno alle vestigia di un non poco imponente castello, oggi
completamente raso al suolo ad eccezione di un muro perimetrale, lungo
il quale si possono ancora vedere i tracciati delle scale che dovevano
portare ad uno dei piani superiori. Ebbene, di tutta questa intuibile
struttura, oggi non sopravvive altro che un muro, ancora fiero e alto
sopra una montagna di macerie. Ma quello che desta la mia riflessione
non sono i ruderi, pur molto frequenti in tutto l’entroterra
siciliano, ma il paese che ha fatto di queste antiche macerie il
proprio centro storico. Misilmeri. Un agglomerato di palazzine nel
peggior stile anni settanta, sicuramente opera dei più
disgustosi ghiribizzi dei geometri comunali che in quanto a peggio,
certo non si sono risparmiati nulla. Palazzi costruiti sulla sabbia,
già fatiscenti di cui a malapena si può intuire il colore
originario degli intonaci, cominciati e mai terminati, con i pilastri
di cemento armato protesi verso il cielo e sormontati da ferraglia
arrugginita che sembrano urlare essi stessi inorriditi contro un dio
che gli ha dimenticati. Portoni metallici con vetri a specchio,
marciapiedi inesistenti e dove ci fossero, stretti non più di
venti centimetri. Misilmeri, una città-civiltà cresciuta
attorno ai resti di una città-civiltà ancora più
antica, le cui tracce sono andate del tutto perdute.
Ma come può un popolo, una città, degli uomini, crescere,
svilupparsi, costruire attorno ai resti distrutti del proprio passato?
Costruire attorno alle proprie radici penzolanti nel vuoto, nel nulla,
nella dimenticanza, nell’oblio? Costruire attorno un ricordo
andato in cancrena, attorno ciò che hanno dimenticato e che non
riconoscono più, per volontà o per inerzia, o peggio
ancora per induzione? Non si può. Perché questa gente
custodisce dentro di se, dentro le proprie case, dentro la propria
città, il marciume da cui si vorrebbe essere lontani. Questa
gente è cresciuta intorno al nulla, al vuoto. Qualcosa di cui
non ricordano più il perché e il per come. Questi sono i
frutti amari, provenienti da una terra arida: il meridione. E il suo
male si chiama oblio.
Le società del passato, in particolar modo la società
meridionale, erano società agricole, segnate dai ritmi lenti del
lavoro nei campi. Erano società rigidamente stratificate,
immobili, tutte raccolte attorno alla piazza del paese, alla chiesa,
alla fontana, al palazzo comunale. Erano società che da secoli
si rigeneravano sempre uguali a se stesse, nelle quali i valori, i
ruoli, tutto rimaneva stabilmente solido e ancorato alle tradizioni.
Nei villaggi, nei paesi, nei quartieri di città tutti
conoscevano tutto, tutti si indicavano per nome, tutti si riconoscevano
nei luoghi e nei rapporti che instauravano con le altre persone e con
quei luoghi, la vita era una vita di comunità e nessuno era mai
solo, se non in casi eccezionali: il monaco, il vagabondo,
l’eremita.
Questo sistema di valori, questi rapporti ovviamente si incrinano nel
momento in cui la civiltà contadina viene aggredita
dall’emigrazione, che non è un male che cade dal cielo,
scardinando famiglie, villaggi, stravolgendo città, svuotando
campagne, intere regioni, disperdendo irrimediabilmente un patrimonio
collettivo di saperi e tradizioni. L’emigrazione non cade dal
cielo, no! Non è una punizione divina, una punizione sì
ma non divina, semmai umana, dei governi. Nulla sembra poter resistere
all’emigrazione. L’uomo, rapito al suo “ambiente
umano e naturale” viene catapultato in una realtà nuova,
frenetica, anonima, mai stabile, nella quale è un nome scritto
sulla porta, nella quale e costretto a spostarsi per sopravvivere,
nella quale è un numero al banco di lavoro nella catena di
montaggio, identificato con la sua funzione nella produzione, nella
quale vale non per quel che è, ma per quel che produce, ed oggi
ancora per quel che consuma.
Se volgiamo lo sguardo attorno, non è difficile constatare che a
noi meridionali corrisponde davvero la mancanza di un collegamento, di
un rapporto con le nostre radici. L’emigrazione non è una
scelta di vita, ma una condizione cui qualcuno ci ha condannato
escludendoci dal contesto umano. E’ un “mal comune”.
E’ il male vero di ogni civiltà.
Le grandi città in cui andiamo ci rendono liberi, ma a che
prezzo? Il prezzo della solitudine, il prezzo della negazione della
nostra lingua, dei nostri dialetti, il prezzo del rifiuto della nostra
identità, della vergogna di essere meridionali, per paura di
essere appellati con uno dei tanti modi che la gente, di destra e di
sinistra, comunemente usa per identificarci. Le grandi, pulite,
ordinate città del Nord ci danno tutto questo e noi a nostra
volta, ci scaviamo attorno un vuoto, che isola da tutti e da noi
stessi, dalle nostre bellissime e semplici tradizioni, sprofondandoci
nella noia, nell’apatia, in una condizione alienata nella quale
si è perduto il senso della nostra antichissima società,
eredità di svariate civiltà. Perché noi siamo
gente semplice, pura, ed è proprio per questo che la lontananza
dalle nostra terre, la lontananza dei nostri vicoli, la lontananza dai
nostri costumi, (che non sono né meglio né peggio di
quelli di qualsiasi altra parte d'Italia), ci rende prigionieri e
malinconici. Paghiamo un prezzo così alto perché siamo
semplici e forse ingenui.
In fondo, lo so, tutto ciò è quanto hanno detto molti
altri prima di me e non aggiunge null’altro. Ma certo è,
che prima di ripartire bisogna rendersi conto di volerlo fare,
coscienti di volerci arrivare. Bisogna rendersi conto di quali siano i
problemi da affrontare e ce ne sono tanti, tantissimi, molti dei quali
dormono dentro noi stessi, ed è per questo che spetta a noi
giovani, in un certo senso sfacciati e incoscienti, cominciare a
ricostruire una trama, cominciare a ricucire la nostra società
dilaniata. Tocca a noi fare tutto questo forse perché non ci
rendiamo conto della grandezza dei problemi che ci circondano, ed
è un bene. Questa è forse la condizione ideale per
intraprendere un lungo “viaggio”. L’incoscienza, la
freschezza, necessaria per non farsi schiacciare dal male che ci
circonda e che teniamo dentro.
Marco Fortunato |
| Gioventù senza Ideali |
Ultimamente
registriamo sempre nuovi casi di violenze svolte da persone di giovane
età o addirittura minorenni, ancora più sconvolgente
è la frequenza in successione dei nuovi casi di cronaca che si
sono susseguiti negli ultimi periodi. Giovane sedicenne uccide per
gelosia due coetanei, ragazzo down aggredito e picchiato dai suoi
compagni di classe, giovane modella muore per anoressia, senza contare
gli innumerevoli casi di gioventù delinquenziale che ormai non
termina più sui rotocalchi nazionali. Una futura classe
dirigente in preda alla violenza? Niente affatto! Tale fenomeno che
qualcuno può giudicare criminale, in realtà è un
problema sociale in quanto esso è figlio della società
odierna che semina falsi miti e modelli impropri.
Una società basata su canoni televisivi che non rispecchiano la
realtà in cui si vive, dove l’avere è più
importante dell’essere. Attraverso lo stereotipo velina, magra e
sexi e calciatore bello e ricco, ogni giorno giovani ragazzi perdono di
vista ideali come famiglia, amicizia, dignità personale e
rispetto per adottare quelli di una società basata sulla
bellezza fisica, sulla ricchezza economica o sulle furbate di qualche
neo divo improvvisato. Se la società civile di oggi permette
tutto questo, allora non si lamenti se questi miti di cartapesta si
rivoltano nell'inconscio personale dei giovani, facendo fuoriuscire
tutto il marcio che gli è stato consegnato.
Raccoglieremo domani ciò che seminiamo oggi.
Giovanni De Crescenzo |