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IL POLPETTONE LEGHISTA
Cinema
e storia, uniti dalla stessa forza evocativa del racconto, sono i
protagonisti di un affresco che diremmo sfumato, dai contorni talvolta
non chiari. “Ogni racconto”, dice oggi la critica più accurata, “è
una forma di organizzazione retorica, con una soggettività
incancellabile. E questo vale a maggior ragione nell’arte”. Il
cinema, quindi, non può esso stesso sfuggire alla tentazione di
sovrapporre alla fedele narrazione storica un punto di vista
particolare. Tutto poi si complica se si prende a soggetto un evento
medievale. Spiega l’annalista e docente Raffaele Licinio: “Il Medioevo
non è un’età della storia. E’ un prodotto culturale e, come tale, è
soggetto a continue distorsioni prospettiche. Il cinema non rappresenta
il Medioevo, ma solo immagini dello stesso”, favorendone, potremmo
aggiungere noi, la reinvenzione a fini spesso di propaganda. Ne è
recentissimo esempio la figura immaginifica di Alberto da Giussano,
principe senza pari dell’iconografia leghista e in realtà personaggio
romanzato e idealizzante creato dalla penna di un frate domenicano del
1300, a più di un secolo di distanza dai fatti di cui sarebbe stato
protagonista. A conferma indiretta, nell’occasione, sovviene lo stesso
Giuseppe Verdi, non certo uno sprovveduto, il quale nell’opera lirica
“La battaglia di Legnano” non mette il prode Alberto neppure tra le
comparse che movimentano la scena… L’interprete principale
dell’iconografia bossiana, quindi, non fu affatto partecipe della
storica battaglia di Legnano (realmente svoltasi il 29 maggio del
1176), al contrario di quanto epicamente racconta nel suo discusso e
bizzarro “Barbarossa” il regista Renzo Martinelli. Ma addentriamoci per
ordine in questa ennesima e quanto mai dispendiosa sceneggiata
dell’epopea leghista. Innanzitutto c’è da chiedersi chi sia Renzo
Martinelli, il cineasta che ha scritto, diretto e prodotto questo
kolossal padano, opera che, fra l’altro, ha avuto una ridicola première
al Castello Sforzesco di Milano con tutto il Carroccio in grande
spolvero, il Presidente del Consiglio al solito benedicente, nonché
altri membri del governo parecchio imbarazzati da quanto si svolgeva
sullo schermo. Orbene, il nostro Martinelli è un regista dalla
filmografia comunque interessante, che tocca le lotte interne ai gruppi
partigiani (”Porzus”), le colpe di politici e amministratori nel
dissesto del territorio (”Vajont”), gli anni cupi del terrorismo con
l’assassinio di Moro (”Piazza delle Cinque Lune”). Tuttavia la vera
incognita è la seguente: come riesce l’autore a portare avanti
produzioni simili, mal ripagate successivamente dagli incassi al box
office? Come può un regista, pur lodevole per impegno, ma abbonato ai
flop del botteghino, continuare a sfornare film con budget
ultramilionari in un panorama asfittico come quello del nostro cinema
(inizialmente per “Barbarossa” si è parlato addirittura di 30 milioni
di euro…)? Renzo Martinelli, sia chiaro, è grande amico
dell’irascibile Senatur padano, se proviamo a ricordare che la sua
ultima realizzazione è al centro di un’ambiziosa operazione politica
orchestrata proprio da Bossi e dalla Lega, ecco dissolversi le nubi
sulle risorse finanziarie a disposizione del regista lombardo…Questa
svolta più militante, però, non giova al baldo Martinelli sul piano
artistico, perché il risultato, come vedremo, è un polpettone indigesto
ed enfatico appena riscattato dagli ormai consueti effetti speciali. Affrontiamo,
quindi, il film vero e proprio. Questo “Barbarossa” è innanzitutto un
lungometraggio dal titolo civetta, per attirare un pubblico più vasto
di quello strettamente legato alla parabola leghista: quanti italiani
sarebbero accorsi, altrimenti, a deliziarsi dell’immaginifica vita
dell’epico Alberto da Giussano? Si tratta, come già accennato, di
una pellicola fortemente voluta dalla Lega Nord, all’ossessiva ricerca
di un passato da mitizzare, un “kolossal” prodotto al 40% dalla RAI
(RAI Fiction e RAI Cinema) e al 10% dal Ministero dei Beni Culturali.
Di questa produzione non si conoscono con esattezza i costi effettivi,
considerato che fra voci di corridoio, dichiarazioni e smentite è quasi
impossibile conoscere l’ammontare degli investimenti. Il budget
iniziale, infatti, circa trenta milioni di euro, si sarebbe rivelato
esagerato, tanto è vero che si è parlato poi di trenta milioni di
dollari, ovvero venti milioni di euro. Più di recente lo stesso Renzo
Martinelli, in un’intervista ad un periodico, ha calcolato i costi in
dieci milioni di euro per la produzione, più due per la promozione,
comunque cifre notevoli per le medie del nostro cinema, sempre che le
si voglia prendere per buone. Un consistente impegno finanziario,
bisogna dire, nonostante il film sia stato girato interamente in
Romania, con figuranti del luogo, fra cui gruppi di etnia rom, promossi
sul campo a eroici “lumbard” senza macchia nè impronte digitali (un
vero scherzo la presenza gratutita di Umberto Bossi che si è
voluto ritagliare una particina di comparsa fra centinaia di rom!). “Forse
è paradossale girare qui in Romania una storia del genere”, riconosce
il regista di “Barbarossa” con sincerità, “ma in Italia i costi si
sarebbero almeno triplicati”. Lo stesso cineasta assicura, a
testimonianza della sua oculatezza di produttore, di essere “totalmente
contrario al cinema assistito”, tanto biasimato di recente dal furioso
ministro Brunetta. Viene da chiedersi allora: ma i cospicui
sovvenzionamenti pubblici, RAI e Ministero, così generosamente
elargiti per intercessione dei numi tutelari leghisti, che fine hanno
fatto? Certamente non si sono persi nelle tasche del “zingarume rumeno”
sfruttato come manovalanza a 400 euro la settimana, cui fa esplicito
cenno Martinelli con espressioni questa volta degne del suo iracondo
sponsor Borghezio. D’altra parte, le notizie sui costi effettivi di
questa opera prima della cinematografia padana sono necessarie, per
capire se il film è stato un disastro o solo una delusione. A
differenza del budget, infatti, è certo che l’incasso di “Barbarossa”,
durante il primo fine settimana di programmazione, si è aggirato
intorno ai 450.000 euro. Facendo un po’ di conti, dividendo i 450.000
euro per le 284 sale in cui il film è stato distribuito (un
numero notevole per gli standard nazionali) risulta una media di 1584
euro a sala. A 7 euro al biglietto fa 226 spettatori per cinema, 64.000
spettatori in totale: davvero pochi per un kolossal storico di cui si è
parlato fin troppo, anche per via, ovviamente, dei costi tuttora
inaccessibili. Se si calcola, poi, che la vita in sala di un
lungometraggio è in media di tre settimane, dopo di che, a meno di un
miracolo, il pubblico si avvia su una china discendente, si può
apertamente parlare di flop, ovvero di un’operazione politica debole e
insensata. Ma cerchiamo di soffermarci sulla qualità della
pellicola, per chiederci se almeno sul piano artistico si giustifica il
consistente impegno profuso, politicamente prima ed economicamente poi,
seppur su fondamenta decisamente malferme quale si rivela l’iconografia
leghista. Illuminante, a questo punto, il commento critico
dell’Osservatore Romano, un organo di stampa certamente non
sospettabile di simpatie sinistrorse e quindi di avversione per i verdi
padani: “Se l’aspirazione era quella di avere finalmente un eroe di
riferimento, in Italia molti simpatizzanti della Lega Nord resteranno
delusi dal tanto atteso “Barbarossa”, del regista Renzo Martinelli, che
nelle aspettative avrebbe dovuto fornire, sia pure solo
cinematograficamente, un appiglio storico sul quale fondare le loro
rivendicazioni. Il film, in uscita con ben 250 copie, ha la pretesa di
essere epico e invece naufraga, affondato proprio dal suo volere
palesemente ammiccare a quanti cercano una storia e un personaggio
credibili in cui riconoscersi…E poco importa che il personaggio scelto
come simbolo, Alberto da Giussano, non abbia sufficienti riscontri
storici”. Come accennato, infatti, parliamo di un personaggio creato
dalla penna di un frate domenicano del XIV secolo, il milanese Galvano
Fiamma, in una cronaca storica del capoluogo lombardo scritta per
compiacere Galeazzo Visconti, signore di Milano, ricostruendo le
vicende medievali del Comune insubre in toni eroici. A parte le
falsità storiche di un “compilatore negligente, credulo, privo di senso
critico”, sbugiardate dagli esperti e su cui ci sarebbe da dilungarsi
(esauriente l’articolo del noto medievista dell’Università di
Firenze Franco Cardini sul quotidiano “Il Tempo”), secondo altra voce
critica: “Il film è un noioso polpettone in costume infarcito da una
lunga serie di slogan tanto cari alla Lega di oggi. Concetti e parole
d’ordine da sempre sbandierati dal Carroccio, che suonano fuori luogo.
Assurdamente, infatti, nel corso della pellicola è riscontrabile il
classico <Roma ladrona> buttato lì all’interno della frase
<Barbarossa…un oppressore tiranno, ridotto a simbolo di Roma
ladrona>, ovvero <Libertà contro l’invasore e le tasse> e
tante altre piccole frasi di apologia sul popolo lombardo”. “Al di
là delle legittime convinzioni politiche di ognuno” continuano le
recensioni, “stupisce che un regista del calibro e della capacità di
Martinelli, autore di pellicole come “Vajont” e “Porzus”, abbia potuto
realizzare un prodotto cinematografico così scadente, non al livello
dei precedenti. Sceneggiatura sfilacciata, dialoghi eccessivamente
enfatizzati, sequenze dei combattimenti poco credibili. Sembra una
pellicola propagandistica, neppure riuscita tanto bene”. C’è chi è
andato giù in modo ancora più pesante, affermando che: “In 24 anni di
cinema non avevo mai visto nulla di simile. Mai nessun <film> era
arrivato così vicino al senso del ridicolo. Mai nessun film era
arrivato così vicino ad infangare il senso stesso di <settima
arte>. Fino all’arrivo di questo <Barbarossa>, autentico mix
propagandistico e parodistico a metà tra Braveheart, Fantaghirò,
Giovanna d’Arco e Robin Hood. Un eroe in calzamaglia…”. D’altra
parte, che altro ci si poteva aspettare da un cast di attori composto
da “rimasugli” esteri? Raz Degan (Alberto da Giussano) ha un curriculum
d’attore quasi inesistente, Rutger Hauer (l’imperatore Barbarossa) vive
da vent’anni di piccole parti e ruoli in prodotti televisivi di bassa
caratura, F. Murray Abraham (l’infido siniscalco Barozzi) lavora quasi
esclusivamente in Italia da dieci anni e ha visto il suo momento di
gloria a metà degli anni Ottanta. Piuttosto, secondo i critici, si
tratta di un’occasione persa per la polacca Kasia Smutniak (nel film
l’amata Eleonora), ritenuta dalla stampa brava, bella e meritevole
certamente di migliori opportunità. In definitiva, quella appena
illustrata si rivela né più e né meno che la cronaca di un flop
annunciato, a spese di tutti contribuenti, considerato l’oneroso
esborso di Mamma RAI e del Ministero dei Beni culturali. Per amor di
patria sorvoliamo, in ultimo, sull’estemporanea pretesa finale del
precedente ministro Roberto Castelli, il quale, candidamente, ha
chiesto spiegazioni sul fatto che al prossimo premio Oscar sia
candidato “Baarìa” di Tornatore anziché l’autentico gioiellino
medievale concepito dallo stato maggiore leghista…
Francesco Antonio Schiraldi
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